APPUNTI DI CINEMA- PHILOMENA di STEPHEN FREARS

Recensione di Dhany Coraucci

Confesso di non essermi mai confessata, di avere avuto sempre orrore delle cattedrali cattoliche buie e mortificanti, di rifiutare il senso di colpa e di privazione con i quali si opprimono le persone di fede e di essere sempre stata turbata dalla figura delle suore, fin da bambina, senza un motivo preciso, adoro invece le chiese inglesi dipinte di celeste, con la sala da thè e un pianoforte sul quale chiunque può suonare swing o rock progressive, le chiese scandinave ricolme di luce e legno profumato e quella chiesa di Harlem in cui ho assistito alla messa più gioiosa e sfrenata, coloratissima di canti e di battiti di mani. Premesso questo, attendevo con impazienza l'arrivo dell'ultimo film di Frears che a Venezia ebbe un'ottima accoglienza pur senza ricevere premi significativi. Il film non ha deluso le mie aspettative, è proprio bello! La malvagia perpetrata dalle suore irlandesi sulle povere ragazze madri o orfane era già stata rivelata da un altro film, Magdalene (2002) più cattivo di questo, in ogni caso anche qui ci sono delle parti di una durezza e di una cattiveria lancinanti e da madre quale sono, nella scena in cui il figlioletto viene portato via alla protagonista, allora giovanissima, mi sono messa a piangere senza ritegno. Il film comunque non lo definirei commovente, tutt'altro: Judi Dench, che già sappiamo quanto sia brava, offre un ritratto di madre irritante e adorabile al contempo, rappresenta la purezza, nella sua ingenuità, stupidità e bontà e incarna, in ultimo, la più incontaminata rappresentazione del cattolicesimo, con il suo perdono senza macchia, ma anche dell'amore, nella sua veste più bella e istintiva. Dopo cinquant'anni dal doloroso abbandono del figlio, aiutata da un giornalista in crisi, cinico e determinato (un ottimo Steve Coogan) decide di volerlo ritrovare e inizia così una sorta di road-movie alla scoperta non solo della verità, ma anche di se stessi. Frears è regista di bravura altalenante che ha firmato tre dei miei film preferiti in assoluto (Prick-Up, Le Relazioni Pericolose, Le Rischiose Abitudini) e che a mio parere, da anni, non presentava un'opera così bella, da ricordare.

 

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APPUNTI DI CINEMA: THE BUTLER di LEE DANIELS

Recensione di Dhany Coraucci

Suona un po’ come un’eresia affermare che questo film non sa di niente, quando i temi trattati sulla questione razziale, gli attori e le buonissime intenzioni sono così cospicui, eppure è proprio quello che ho pensato uscendo dalla sala. Che noia, posso dirlo?? Che sfilza di luoghi comuni, posso permettermi?? Non credo, comunque, che Lee Daniels avesse il proponimento di fare un film che non fosse didascalico e disciplinato, fin dall’inizio è molto chiaro che userà esclusivamente toni e atmosfere da grande affresco americano (alla Lincoln, per intenderci) maestoso e prevedibile. La storia è quella di un maggiordomo di colore che ha servito ben 7 presidenti degli Stati Uniti e della sua famiglia, con un matrimonio solido e rinfrancante e 2 figli classicamente agli opposti, uno buono e patriottico, l’altro ribelle e recalcitrante e infine impavido attivista per i diritti umani. Ora, se Lee Daniels fosse stato un regista creativo (e anche un tantino isterico) ci avrebbe mostrato, grazie al privilegiato punto di vista dell’impeccabile servitore, cosa accadeva davvero negli appartamenti privati della Casa Bianca, cosa si nascondeva in quelle stanze segrete e inaccessibili e che razza di uomini (e non di personaggi politici) sono stati quei 7 presidenti; invece preferisce immobilizzare il maggiordomo contro le linde pareti di quelle stanze, muto e impassibile, in attesa di una richiesta da soddisfare e raccontare la storia degli Stati Uniti negli ultimi 34 anni che, per forza di cose, non può essere che frettolosa e pedante, dovendo procedere per fatti salienti e arci-noti. Purtroppo lo sappiamo già, quanto siano stati e siano ancora brutali e dissennati i razzisti bianchi e la presa di coscienza del maggiordomo che arriva in ultima battuta, con conseguente riappacificazione col figlio “cattivo”, è patetica. Forest Whitaker è indubbiamente bravo, ma io non lo sopporto più, con quell’aria di afflizione perenne e di mesta sopportazione, molto meglio Cuba-Gooding jr (anche lui tra i servitori) il quale, però, non ne capisco il motivo, da quando ha vinto l’oscar è sempre relegato in una parte secondaria o in un film secondario come se subisse, a sua volta, la discriminazione dei suoi colleghi.
 

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APPUNTI DI CINEMA: AMERICAN HUSTLE di DAVID O. RUSSELL

Recensione di Dhany Coraucci

La vita è proprio imprevedibile: mai avrei detto che avrei trovato attraente un uomo con posticcio, riporto e una pancia ributtante! Eppure è così: Christian Bale, trasfigurato in un grasso truffatore di mezza tacca che davanti allo specchio si cotona e incolla i radi capelli per nascondere un parrucchino spaventoso, è una favola! Inizia con questa operazione sconcertante che seguiamo passo passo il film più bello e entusiasmante della stagione. E’ proprio tale inizio che mette a nudo, che svela senza ritegno, che mostra senza pudore il lato più vulnerabile di un individuo a rendere questo film davvero speciale, poiché muta il nostro atteggiamento nei confronti della storia, la quale diventa quasi secondaria (e pensare che è una storia realmente accaduta!) al cospetto della verità di ogni essere umano, perdente, vincente, mediocre o fenomenale che sia. Per tutto il film, infatti, i protagonisti sono mostrati sotto questa lente d’ingrandimento spietata e l’effetto che si produce è patetico e illuminante a un tempo e ciò che pensi è: loro sono come siamo noi, un pensiero tutto sommato infrequente quando si è al cinema, data la distanza che c’è con la vita reale. Perciò, ritratti con i bigodini, i pantaloni a campana, gli occhialoni dalle lenti giallastre, maldestri, simpatici o farabutti, ecco, in un’impeccabile ambientazione anni 70, una storia di truffe, di doppio gioco, di FBI e di mafiosi che è anche una bellissima storia d’amore (Christian Bale e Amy Adams, attrice bravissima da sempre, che io adoro, ma che rimane all’ombra dei riflettori hollywoodiani, non a caso puntati tutti sulla sopravvalutata Jennifer Lawrence che ho retto soltanto perché fa la parte di una totale stupida) dove la magia è racchiusa nel luogo e nel momento più inaspettati, proprio come succede quando sei davvero innamorato (la scena nella lavanderia è magnifica). David O. Russell che non mi era piaciuto affatto nel Lato Positivo, qui è in stato di grazia, ha la bizzarra, esilarante leggerezza del primo Tarantino, finalmente spogliato della violenza splatter e il drammatico realismo di Ken Loach, perciò in un momento ridi e nell’altro piangi e il film diventa deliziosamente inclassificabile. Colonna sonora strepitosa, naturalmente seventy.

 

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APPUNTI DI CINEMA: TUTTA COLPA DI FREUD di Paolo Genovese

Recensione di Dhany Coraucci

La colpa non è di Freud, ma della pigrizia di certi registi italiani che pur avendo una buona idea tra le mani non fanno il minimo sforzo per renderla verosimile e perciò raffinata: è il caso di questa commedia gradevole, delicata e simpatica sulla ricerca spasmodica (e spesso infruttuosa) dell’amore che intreccia le sorti di un padre vedovo e psicanalista con quelle delle tre figlie inquiete, di un’affascinante sconosciuta di cui si è invaghito e del marito di quest’ultima, che è anche l’amante della più giovane delle figlie. Verso il finale, infatti, per assicurare a tutti ( o quasi) un lieto fine ci sono degli eventi assurdi che avrebbero potuto essere facilmente evitati se solo gli sceneggiatori (tra cui lo stesso regista e Pieraccioni) si fossero un po’ adoperati con la fantasia, ad esempio, una delle figlie tenta il suicidio e si infila in cucina sdraiandosi accanto al forno acceso e con lo sportello aperto. A parte il fatto che adesso tutti i forni sono elettrici (negli anni ’60 i forni erano a gas letale, come quello utilizzato da Sylvia Plath per la sua morte), chi giunge a salvarla è una vigilessa del fuoco (??) bionda e bella che si cala dalla finestra, le solleva il viso addormentato ( e non obnubilato dal gas) e se ne innamora: chi l’ha avvisata, eh? Qualcuno me lo vuole dire?? Pigrizia, pigrizia, pigrizia! In ogni caso, in questo confronto tra due generazioni, i giovani e i vecchi, sono proprio i cinquantenni a cantare vittoria: Giallini, la Gerini e soprattutto Alessandro Gassman (che come l’adorato padre ha solo ruoli da farabutto, un po’ mostro e un po’ patetico, ma è più bello che mai) sono molto bravi.

 

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APPUNTI DI CINEMA: THE WOLF OF WALL STREET di MARTIN SCORSESE

Recensione di Dhany Coraucci

Dopo 2 minuti di sniffate di cocaina e di culi al vento io ne avevo già avuto abbastanza, figuriamoci 3 ore! Il ritratto amorale e famelico di un lupo drogato, ambizioso e vuoto che non è frutto di alcuna fantasia, ma è reale (il soggetto è basato sulla sua autobiografia), può davvero servirci e in che modo? Abbiamo ancora dei dubbi sul fatto che tutto ciò che ruota attorno al denaro non sia depravato e mostruoso? Pensiamo ancora che il mondo non possa arrivare ad essere orribile? Voglio dire, un genio degli eccessi e della più profonda disperazione come è Scorsese non aveva altre storie da raccontare che questa che abbiamo già visto e stravisto in migliaia di altri film molto più riusciti? E in ogni caso, perché 3 ore di scene che si ripetono e si ripetono quando dopo i 2 sopracitati minuti hai già saputo tutto quello che c’era da sapere? E’ stato davvero faticoso, è stato molto triste, c’erano momenti in cui la platea si sbellicava dalle risate e io ero sempre più triste perché non tollero più la mancanza assoluta di sentimento, soprattutto da un maestro del pathos come per me è Scorsese che si è sempre spinto fino al punto estremo della violenza e della follia, ma che ha rivelato come nessun’altro un’umanità dolente e disperata (The Aviator e The Departed su tutti). Ed ecco cosa succederà: Di Caprio vincerà il meritatissimo oscar per un film brutto come questo e magari lo vincerà anche quel ciccione ributtante e insulso di Jonah Hill (candidato come miglior attore non protagonista) e io ricorderò soltanto la carrellata oscena (e sono tutt’altro che bigotta) dei corpi nudi e perfetti di centinaia di modelle che hanno farcito le sequenze senza destare alcun eccitazione, l’assenza di un solo fotogramma dedicato a chi è stato truffato dal Lupo mentre si arricchiva (e devono essere stati a migliaia) e l’orrore di sentire Gloria cantata da Umberto Tozzi (sì, non sto scherzando, è proprio quella canzone presa a simboleggiare l’Italia!!!) in una colonna sonora scadente che proprio non mi aspettavo da un grande appassionato di musica come Scorsese.

 

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