APPUNTI DI CINEMA: NOAH di Darren Aronofsky

Recensione di Dhany Coraucci

A volte a un film si associa spontaneamente un suono. A NOAH io associo d'istinto …. MAH! Tetro, cruento e costantemente inabissato in una luce livida, è urticante sotto tutti i punti di vista. Da una colossale produzione in 3D io non mi aspetto sicuramente fedeltà nel trasporre le Sacre Scritture, e nemmeno mi interessa che non vi sia. Ma che siano stati introdotti i Vigilanti (ovviamente assenti nella Genesi), deformi giganti di pietra del tutto simili ai mostri di Transformers, i quali rappresentano i “buoni” che si alleano al pavido Noè e combattono con lui a suon di pietrate i “cattivi”, cioè gli uomini, è veramente ridicolo, al punto che il personaggio meno detestabile è proprio Tubal-cain (Ray Winstone) il cattivo per eccellenza, comandante dei discendenti di Caino, l'unico che riesce a intrufolarsi nell'arca durante il diluvio universale (ma guarda!) e che giustifica l'ennesimo, feroce combattimento finale, di certo non l'immarcescibile, grassoccio Russel Crowe con la sua pedante rettitudine e la sua aria sofferente, che ci affligge per tutta la durata del film. Se il regista abbia voluto magnificare la Creazione, non so proprio in che modo: la scenografia è greve, i lugubri costumi sembrano rubati al set di Interceptor, i soliti paesaggi delle steppe islandesi utilizzati in tutti i film apocalittici sono belli ma non ispirano alcuna rinascita né gioia, tutt'altro, e infine gli animali, santificati (il che mi sta benissimo) i quali giungono in massa all'arca, purtroppo vengono addormentati immediatamente così la scena che doveva essere la più emozionante è anche la più trascurata. E poi, per favore, toglietemi di torno una volta per tutte Emma Watson che è davvero bruttina e non sa recitare, è lei la madre salvatrice dell'umanità, lo credereste??!! Non c'è da stupirsi che il progetto divino sia naufragato così sconsolatamente. A concludere questo (in)degno pasticcio indigesto, direttamente dall'oltretomba, la voce mortifera di Patti Smith nei titoli di coda che, come qualcuno di voi sa, io considero la più brutta e sopravvalutata poetessa del globo terrestre. Rimpiango la struggente disperazione di The Wrestler e la dolente perfidia de Il Cigno Nero, due film di Aronofsky che ho amato moltissimo.Trailer:

 

 

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APPUNTI DI CINEMA: GIGOLO’ PER CASO di JOHN TURTURRO

Recensione di Dhany Coraucci

Che cosa hanno in comune Woody Allen e John Turturro? Tutti e due sono nati a New York, hanno trascorso l’infanzia nel quartiere di Brooklyn e hanno la passione per il jazz: a parte questo, direi che non hanno proprio niente in comune, infatti il film è di Turturro e non di Woody Allen, bisogna tenerlo bene a mente. Questo significa che non vi ritroveremo battute acuminate e penetranti, non ci saranno digressioni filosofiche, non godremmo di meditazioni psicanalitiche, né saremmo affascinati da disarmanti ritratti di personaggi nevrotici e malinconici. Io quando sono andata l’ho tenuto bene a mente, ciò nonostante avevo delle aspettative, se non altro per la partecipazione ormai rarissima di Woody Allen come attore, invece il film è stato molto peggio del previsto. Delicato, hanno detto. Garbato, hanno detto. Gentile, hanno detto. Non fatevi confondere le idee: il film è solo mortalmente noioso. Woody Allen si vede pochissimo, si fatica a credere che John Turturro nelle vesti di Fioravante, idraulico, elettricista e fioraio, taciturno e con quella faccia da “mammalucco” possa esercitare chissà quali doti amatorie, si fatica anche a credere che una donna bella come Sharon Stone (ma anche lei purtroppo si vede pochissimo) sia costretta a ricorrere a tale improvvisato gigolò per soddisfarsi. Invece non si fatica a credere che le inquadrature dedicate a Vanessa Paradis (occhi storti, denti spaziati, faccia da cagnetto) siano davvero troppe, perché sciaguratamente è lei la protagonista, lei della quale l’amante zitto si innamora, lei che in quanto a parole è ancora più silenziosa di lui ( vi lascio immaginare la barba dei loro incontri), lei che è perfino contesa!! A mio parere i gigolò di Hollywood sono due: Jon Voight (strepitoso Uomo da Marciapiede) e Richard Gere (divino Gigolò Americano), e due rimangono. in questo caso Non c’è Due senza Tre è "un'equazione" impossibile.

Trailer:

 

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APPUNTI DI CINEMA: THE GRAND BUDAPEST HOTEL di WES ANDERSON

Recensione di Dhany Coraucci

A raccontare la storia è la voce Questo film lo si può immediatamente amare o irrimediabilmente odiare, senza mezze misure. Io l’ho subito trovato IRRESISTIBILE. Stralunato, raffinatissimo, forbito, ingegnoso è una storia caramellata ambientata in un paese che non esiste, in un’epoca indefinita, con personaggi assai improbabili, eppure quante cose racconta dell’Europa, quante storie narra dell’uomo, quanto amore stilla dalle sue parole, è il trionfo di una gentilezza dimenticata, di una fantasia lussureggiante e colta. Dedicato allo scrittore austriaco Stephen Zweig, le cui opere furono messe al rogo dai nazisti e morto suicida con la giovanissima moglie (“abbiamo deciso, uniti nell’amore, di non lasciarci mai”), narra la storia del fantasmagorico hotel attraverso le figure dell’affascinante concierge Gustave H (un bravissimo Ralph Fiennes) e del suo giovane Lobby Boy, Zero. Visto il ritmo rocambolesco e folle, si potrebbe pensare a una favola deliziosamente inutile, in realtà Monsieur H celebra la vita con una filosofia anticonformista che è un’assoluta novità per i tempi che stiamo vivendo. In un’epoca che rifiuta e disprezza la senilità con tutti i mezzi, ad esempio, a lui piacciono le donne attempate, né è l’amante, il servitore, il fedele complice e grazie alle sue parole e alla sua sincera passione (il discorso che fa al giovane protetto sulla carne e sul…. filetto è da antologia!), mai ottantenne è apparsa così bella e sensuale, così femminile (una straordinaria Tilda Swinton): è un tale sollievo per una donna pensarsi in questo modo!! Ma la grazia di Monsieur non si manifesta soltanto con le arzille vecchiette, anche con i reietti, i delinquenti, gli assassini, insomma, seguirne le avventure è davvero un piacere. Zero imparerà la lezione e si innamorerà di una donna sfigurata che a noi apparirà come il più soave degli angeli. Quasi ad ogni inquadratura appare il volto noto di un grande attore, pur in un cameo: anche questo è un gran piacere e tra tutti segnalo le performance del perfido Willem Dafoe, del brutale Harvey Keitel e del redivivo Jeff Goldblum. La colonna sonora è affidata alla balalaika russa e i titoli di coda sono infarciti di collaboratori dai nomi stranissimi, provenienti da chissà quale nazione, come a sottolineare che lo spirito del regista è davvero contro tutte le barriere e i confini.

 

Trailer:

 

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APPUNTI DI CINEMA: STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI di Brian Percival

Recensione di Dhany Coraucci

A raccontare la storia è la voce della Morte, una voce maschile, seppure di Lei si tratti, un po’ burlona e leggera e soprattutto “stregata” dagli esseri umani in una maniera molto terrestre, quasi fisica. Non mi stupisce che il film non sia piaciuto ai critici cinematografici perché appartiene a quel filone di cinema “letterario” che esalta il valore della parola e dei libri e che considera anche il solo imparare a leggere una conquista. A una come me, “stregata” dalla letteratura, invece non può che piacere moltissimo. E’ vero che il film è ambientato durante la seconda guerra mondiale (a Stoccarda), ma non è una storia di guerra. La guerra c’è, eccome, ci sono i nazisti e gli ebrei, ci sono i bombardamenti e i segnali più tristi della repressione, ma è la storia di un’adolescente, delle sue conquiste e delle sue perdite, è la storia di un bacio che non ha mai dato, è la storia dei genitori adottivi che ha imparato ad amare (due meravigliosi mostri sacri come Geoffrey Rush ed Emily Watson) della scuola e dei compagni di classe, del suo migliore amico, del cibo che scarseggia e del gelo che attanaglia, di un segreto custodito nella cantina di casa che tiene in vita proprio grazie ai libri, di una quotidianità certamente particolare, viste le implicazioni della guerra, ma di grande, doloroso incanto. Se le critiche avanzate sono per una regia piatta, classica, didascalica e che non suscita troppe emozioni, io lo elogio proprio per questi motivi: è già la storia raccontata forte di per sé, il mantenersi distanziato è un pregio. E poi, quella Morte, da’ un’impronta originalissima, annuncia scene indimenticabili. Colonna sonora di John Williams, un altro mostro sacro dei soundtrack di tutti i tempi.

Trailer:

 

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APPUNTI DI CINEMA- ALLACCIATE LE CINTURE di Ferzan Ozpetek

Recensione di Dhany Coraucci

Premuroso da parte sua raccomandarsi una protezione che ci salvaguardi, peccato che la parte delle “turbolenze” per me sia la più debole del film. C’è questa specie di convinzionetra i registi italiani o naturalizzati italiani come Ozpetek, che hai fatto un buon lavoro se metti in forma di commedia i fatti tragici della vita, se fai ridere o sorridere nei momenti più drammatici, allora hai un successo garantito. Purtroppo è così, vale proprio questa regola che tutti, tranne qualche voce fuori dal coro, rispettano e ossequiano con l’incentivo di ottimi risultati al botteghino. A me da’ fastidio, invece, ridere se non c’è niente da ridere e anche in questo film, le macchiette, i personaggi buffi o bizzarri che ultimamente piacciono tanto anche a Ozpetek, hanno un effetto deleterio e banalizzano una storia che poteva essere molto interessante. Lo dico con convinzione: molto, molto interessante. Uno dei suoi talenti, infatti, è indagare su forme di amore non troppo consuete, su sentimenti forti ma incidentati, su pulsioni scomode, complicate, travagliate: Le Fate Ignoranti e Mine Vaganti, per me sono ancora due bellissimi film. Qui l’amore “indagato” è più particolare, se non altro perché il cinema raramente se ne è occupato (ma quando l’ha fatto, ha detto più verità sull’amore che tante love story conclamate, vedi COME ERAVAMO di Sydney Pollack, un capolavoro) e riguarda due persone che non hanno alcuna affinità, che non condividono alcun interesse o principio, anzi, sono proprio all’opposto, l’unica cosa che li tiene uniti è senz’altro di natura fisica, ma non necessariamente sessuale; poi, dov’è il confine che separa ciò che è fisico, carnale, terrestre, da tutto ciò che non lo è affatto e che più spesso interviene nei sentimenti amorosi? E che ne è, nel tempo, negli anni e nella quotidianità, di queste storie fisiche , quando mancano le parole da dirsi, quando ci sono i problemi da superare, i figli da educare, le malattie da affrontare? Se Ozpetek, che introduce questa storia d’amore sotto una pioggia scrosciante, molto realistica e oltremodo poetica, si fosse dedicato soltanto a questo tema o perlomeno avesse cercato di approfondirlo, di esplorarlo per davvero, come meritava e senza lasciarsi distrarre da tutte le altre storielle di contorno (il solito amico gay super affidabile e super comprensivo, la “misteriosa” zia che non è una parente, l’amica del cuore sleale, la figlia di 10 anni che parla come una trentenne, ecc…) anche questa pellicola sarebbe entrata nella rosa dei “bellissimi” della sua cinematografia, complice lo scombussolamento temporale con il quale è raccontata, che è di grande efficacia. Brava la Smutniak, che ho già apprezzato In Treatment, versione italiana di Castellitto, che è nel mio cuore.

Trailer:

 

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