APPUNTI DI CINEMA: VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson

Recensione di Dhany Coraucci

Gli hippy non mi piacciono, i fattoni nemmeno, odio i film lisergici, non sono mai riuscita a leggere più di qualche riga dei libri di Pynchon e il regista, Anderson, a mio parere ha fatto film bellissimi ma anche bruttissimi, per cui tutto remava a mio sfavore. Cosa mi ha indotto ad accomodarmi in sala armata di una santa pazienza proprio non lo so, immagino la considerassi una sfida, all'ultimo sangue. Ma ho dovuto gettare la spugna e in qualche modo arrendermi, perché questo film mi è piaciuto: sì, mi è piaciuto, perché fin dalla prima inquadratura, lo scorcio di mare tra i caseggiati e la splendida voce fuori campo della narratrice Sortilège; la luce azzurra che brilla tra i muri e quella voce illuminante, il mare che ritorna più volte, a cui è dedicato ad un certo punto una bellissima e poetica dissertazione sul tempo, mi ha fatto capire ciò che non devo dimenticare mai: i pareri vanno ascoltati, ma i film vanno visti con i propri occhi e giudicati in prima persona, naturalmente se si pensa che ne valga la pena. Anderson è un artista e ne vale la pena, pur se non sempre in forma eccelsa. Dunque ero preparata a un film strafatto, senza un vero filo logico, nebuloso e psichedelico e non ho cambiato parere al riguardo, le orripilanti basette anni '70 non fanno per me. Non ero preparata invece a un film poetico, intriso di letteratura e di splendide, travolgenti illuminazioni, brevi e folgoranti come i fuochi d'artificio. Anche la figura di Shasta Fey, l'ex fidanzata del detective Doc Sportello ( i nomi dei personaggi sono già uno sballo) che arriva come le dark lady di Chandler ad avvelenare di tormento e di passione lo sfortunato e spiantato investigatore, ha una sua poesia bellissima e le descrizioni che la narratrice le dedica, pur se rapide, sono di una tale potenza letteraria che incanta. Non c'è qui, a dire il vero, la disperazione tipica del noir e dell'hard boiled, perché poi l'indagine si ingarbuglia e si perde e nemmeno ho percepito l'amarezza che molti hanno ravvisato sulla fine del sogno americano hippie, però una sottile malinconia sì, c'è; Joaquin Phoenix non so se recita o meno, ma a me sembra sempre un uomo un po' malinconico e qui, inseguendo la sfuggente Shasta, ha una sua struggente vena romantica, sottolineata infatti dalle note toccanti, d'amore, della dolcissima Harvest di Neil Young. Gli altri attori, Josh Brolin e Owen Wilson, ma ancora di più nelle loro brevissime apparizioni Eric Roberts e Martin Donovan, che non vedevo da un secolo, sono bravi, bravi! E bravo infine Anderson, come regista ma soprattutto come sceneggiatore di un testo inavvicinabile che è riuscito a dare poesia anche a quel “vizio di forma” il quale, sebbene non sia propriamente spiegato, rimane impresso, come negli occhi i lampi di uno spettacolo pirotecnico.

 

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