APPUNTI DI CINEMA: THE IMITATION GAME di MORTEN TYLDUM

Recensione di Dhany Coraucci

il confine che divide diversità e conformità non è quasi mai lineare, tracciabile o semplicemente visibile, ma corre lungo un labirinto con vaste zone d'ombra. Quando il cinema si addentra in questo intrico, tanto affascinante quanto sinistro; quando è in grado non solo di mostrarci la complessa architettura che si inalbera dietro a tale confine, ma anche di farci vibrare sulla pelle le onde emotive che vi risuonano, spesso siamo di fronte a un capolavoro. E questo film SPLENDIDO per me lo è. Non è il primo ad indagare sulla diversità, ma è senz'altro, a mio parere, il più complesso e sorprendente. Si narra qui la vita di un genio. Ma si narra anche di un'incredibile vicenda che per decenni è stata tenuta nascosta. Si narra di un uomo perseguitato per la sua omosessualità e di un misterioso e inquietante pezzo della nostra storia, del passato vergognoso dell'Inghilterra puritana e della seconda guerra mondiale. E lo fa utilizzando i colori freddi, mutevoli e sconfinati che appartengono ai paesaggi e alle atmosfere del nord Europa (il regista è norvegese) modulati e calibrati sulla tavolozza di una raffinatissima cinematografia britannica, la quale solo in apparenza mantiene un distacco dalle pulsioni indagate, perché in realtà vi si introduce con una tale sensibilità profonda e commossa da risultare di una potenza sbalorditiva. Io sono rimasta abbacinata, ammaliata e profondamente coinvolta, l'avrete già capito! Anche perché mai come in questo caso i trailers ne assopiscono la grandezza, dunque sono entrata al cinema senza grosse aspettative, credendo che si rivelasse della decodificazione del famoso Enigma (peraltro vi era già stato un film del 2001 di Michael Apted sull'argomento, il classico film di spionaggio con i colpi di scena e tutto il resto) senza sospettare che la pellicola mi avrebbe condotto lungo quel misterioso e abbagliante labirinto. Si tratta, infatti, di un film a più strati e non dico che tra di essi siano disdegnate le tecniche più efficaci di un buon thriller o le commoventi scene o battute ad effetto, le immagini tristi di repertorio della guerra e le sadiche dinamiche legate al potere, ma ciò che lo rende davvero SPLENDIDO è quando si sofferma sul suo protagonista Alan Turing (interpretato con sconvolgente veridicità dall'attore inglese Benedict Cumberbatch a cui ovviamente consegnerei subito l'Oscar) e, anche attraverso flashback, si insinua nella sua complessa, straniante e dolorosa vita privata (la parte dedicata alla sua adolescenza nel classico College inglese è da BRIVIDO tanto è emozionante e l'attore, sempre inglese, che recita la parte dell'Alan Turing bambino, Alex Lawther, è un mostro di bravura – tenerlo d'occhio, a tutti i costi!) e la racconta attraverso scene sommesse, quasi in sottrazione e mai banali ma di grande intensità e c'è da dire che è veramente una storia incredibile, LA SUA, per certi versi, tremenda. Sceneggiato dal giovanissimo scrittore americano Graham Moore (1981) sulla biografia “Alan Turing. Storia di un'Enigma” scritta da Andrew Hodges, per la prima volta mi ha reso simpatica anche (l'impronunciabile) Keyra Knightley che per questo film, saputo or ora, è stata candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista (bellissimo il discorso che fa sulla diversità). Curioso che tra le candidature vi sia anche quella di un film “antagonista” dedicato alla figura di un altro genio matematico strano e diverso Stephen Hawking (La Teoria del Tutto) e che Cumberbatch abbia già interpretato lo stesso ruolo qualche anno fa nel film intitolato “Hawking” (2004): sperando che questo non significhi che da ora in poi lo vedremo soltanto in ruoli di “disturbato pazzoide” , il che non mi sorprenderebbe affatto vista la poca fantasia di certi cineasti, a questo punto sono curiosissima e vado subito a cercarlo!

 

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