APPUNTI DI CINEMA: THE WOLF OF WALL STREET di MARTIN SCORSESE

Recensione di Dhany Coraucci

Dopo 2 minuti di sniffate di cocaina e di culi al vento io ne avevo già avuto abbastanza, figuriamoci 3 ore! Il ritratto amorale e famelico di un lupo drogato, ambizioso e vuoto che non è frutto di alcuna fantasia, ma è reale (il soggetto è basato sulla sua autobiografia), può davvero servirci e in che modo? Abbiamo ancora dei dubbi sul fatto che tutto ciò che ruota attorno al denaro non sia depravato e mostruoso? Pensiamo ancora che il mondo non possa arrivare ad essere orribile? Voglio dire, un genio degli eccessi e della più profonda disperazione come è Scorsese non aveva altre storie da raccontare che questa che abbiamo già visto e stravisto in migliaia di altri film molto più riusciti? E in ogni caso, perché 3 ore di scene che si ripetono e si ripetono quando dopo i 2 sopracitati minuti hai già saputo tutto quello che c’era da sapere? E’ stato davvero faticoso, è stato molto triste, c’erano momenti in cui la platea si sbellicava dalle risate e io ero sempre più triste perché non tollero più la mancanza assoluta di sentimento, soprattutto da un maestro del pathos come per me è Scorsese che si è sempre spinto fino al punto estremo della violenza e della follia, ma che ha rivelato come nessun’altro un’umanità dolente e disperata (The Aviator e The Departed su tutti). Ed ecco cosa succederà: Di Caprio vincerà il meritatissimo oscar per un film brutto come questo e magari lo vincerà anche quel ciccione ributtante e insulso di Jonah Hill (candidato come miglior attore non protagonista) e io ricorderò soltanto la carrellata oscena (e sono tutt’altro che bigotta) dei corpi nudi e perfetti di centinaia di modelle che hanno farcito le sequenze senza destare alcun eccitazione, l’assenza di un solo fotogramma dedicato a chi è stato truffato dal Lupo mentre si arricchiva (e devono essere stati a migliaia) e l’orrore di sentire Gloria cantata da Umberto Tozzi (sì, non sto scherzando, è proprio quella canzone presa a simboleggiare l’Italia!!!) in una colonna sonora scadente che proprio non mi aspettavo da un grande appassionato di musica come Scorsese.

 

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APPUNTI DI CINEMA: IL CAPITALE UMANO di PAOLO VIRZI’

Recensione di Dhany Coraucci

Ci sono molti fattori che concorrono al calcolo del “capitale umano” ma qui è riferito al linguaggio assicurativo e lo si utilizza per stabilire quanto vale la vita di un uomo, in caso di risarcimento. Naturalmente la spietatezza di questo calcolo vale già come metafora universale e deflagrante sulla condizione umana, ma i tre (sottolineo 3) sceneggiatori del film non hanno trovato altro modo che inserirlo in un’annotazione a fine film, prima dei titoli di coda, quando, invece, proprio questa somma conferisce all’opera il suo più alto traguardo. Io non penso alla situazione politica italiana e in particolare a quella del nord, sia la Brianza o un’altra zona emblematica, quando una storia è bella, vale per tutto e per tutti, non a caso il romanzo che ha ispirato Virzì è americano, ambientato nel Connecticut. Devo dirlo subito, il film è molto bello, la prima parte poi è bellissima, nella seconda si intravede, purtroppo, qualche impaccio, ma resta comunque un film intenso che colpisce e fa riflettere. La storia è amarissima ed è divisa in capitoli, ognuno dedicato a un personaggio. Questo congegno (molto americano, a dire il vero) è efficace poiché per lo stesso episodio scrutiamo la verità che si cela dietro ad ognuno, il mondo interiore nascosto, la più disincantata fragilità. Poi il film vira nel noir e mi ha ricordato Il Falò delle Vanità di Brian de Palma ed è un campo, questo, in cui gli italiani hanno ancora da imparare rispetto agli americani, il congegno, infatti, un po’ si incrina, se avesse mantenuto lo stesso ritmo incalzante della prima parte sarebbe stato un capolavoro; per non parlare del finale che ingenuamente accomoda le cose, come a dare un contentino che stona con l’atmosfera cupa e disillusa del film: ma non c’è niente da fare, certe coraggiose prese di posizione (intendo, vuoi mostrare la miseria umana? Allora vai fino in fondo, spingi sull’acceleratore, tanto non ci credo che le cose si accomodano, chi perde continua a perdere e chi vince continua a vincere) appartengono agli artisti e Virzì non lo è, però è un bravo regista. Su tutti gli attori, finalmente bravissimi, spicca Bentivoglio (perfino la Tedeschi è riuscita a recitare bene), ma mi spiace per Lo Cascio che è tagliato fuori dagli onori della locandina e delle interviste, mentre è così dannatamente intenso.


 

 

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APPUNTI DI CINEMA: TUTTO SUA MADRE di GUILLAUME GALLIENNE.

Recensione di Dhany Coraucci

Nella locandina viene citata una recensione de Le Point che dice: “da contorcersi, geniale, esilarante”. Ora, prima di contorcersi ce ne vuole, soprattutto dalle risate (anche se devo dire che il pubblico in sala ha riso un sacco), geniale forse, esilarante non troppo: Guillaume ha un faccino bruttino e malinconico e la storia che racconta non è inventata ma è autobiografica, ed è la storia di un “diverso” che poi si scopre “uguale”. Superato l’iniziale shock dopo aver capito che è lui stesso ad interpretare la madre, con i dovuti trucchi di scena, il film è una carrellata di avventure alla ricerca della propria identità che ricorda i primi film di Woody Allen, senza però averne lo stesso “respiro” esistenziale e profondo. La madre è terribile, ma lui la adora incondizionatamente, in fondo è una dichiarazione d’amore per lei, per tutti quei genitori che nell’educare i figli commettono gli errori più grossolani e devianti e ciò nonostante, li si assolve. Io non sarei stata così accomodante, ma questa è un’altra storia. Guillaume invece proprio ci ha creduto e dopo averla recitata a teatro per dieci anni, l’ha sceneggiata, diretta, interpretata e prodotta per il cinema. Il titolo originale è la frase con la quale la madre chiamava a cena i suoi 3 figli maschi: “i ragazzi e Guillaume, a tavola!”.

 

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