APPUNTI DI CINEMA - JOY di David O' Russell

Recensione di Dhany Coraucci

Se un giorno, intenti a fare le pulizie di casa, vi fosse sorta la curiosità di conoscere quale sia stata la genesi del mocio, lo strumento lavapavimenti, questo film fa per voi. A me, personalmente, questa curiosità non è mai venuta, ma ora so, casomai ne avessi sentito la mancanza, che chi l'ha inventato è diventato molto ricco e famoso. Ecco un'altra storia di quelle che piacciono agli americani medi, un sogno nel cassetto, tante difficoltà per metterlo in atto e poi il trionfo finale. Inutile dire che, a mio parere, la trama sarebbe stata di gran lunga più apprezzata se i tanti sforzi non avessero prodotto un riconoscimento così eclatante, infatti il film funziona solo quando viene mostrata la lotta, l'affanno, per meglio dire, rapportati alla vita quotidiana. E se la narrazione che è affidata alla classica nonnina dolce, comprensiva e fiduciosa che ha sempre creduto nelle capacità di Joy (Jennifer Lawrence) fa già intuire che ci sarà un lieto fine, sprecati sono il talento di Robert de Niro e la bravura di Bradley Cooper, confinati in ruoli tutto sommato marginali, mentre, con mio disappunto, fin troppo spazio è lasciato a Isabella Rossellini a cui, secondo me, un vero, personale talento è sempre mancato. E poi c'è Jennifer Lawrence, che ha già vinto il Golden Globe e tutto fa intuire che (ahimè) vincerà anche l'oscar, la quale si da' un gran daffare per risultare credibile e certamente lo è fino a che non scala la vetta del successo, dopo nella parte di magnate con il cuore d'oro (nei confronti dei “bistrattati” inventori) lo è molto meno.

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APPUNTI DI CINEMA: STEVE JOBS di Danny Boyle

Recensione di Dhany Coraucci

Steve Jobs era un uomo dispotico, presuntuoso, ingrato ed egocentrico e non faceva nulla per piacere. Anche il film si adegua perfettamente alla sua antipatia e, allo stesso modo, non fa nulla per piacere. E nel debole sforzo di essere creativo adotta una scelta stilistica a dir poco irritante. È tutto raccontato nel backstage dei teatri prima delle grandi presentazioni dei vari prototipi, con quella modalità veloce, ansiosa e cardiopatica diventata ormai “obsoleta” (scusate la raffinatezza.... hi-tech) per il cinema. Tra mille interruzioni, mille personaggi che chiedono umilmente udienza, mille orologi che scandiscono i minuti che separano al debutto in palcoscenico e mille termini tecnici e tecnologici che risultano, anche per una generazione così “sul pezzo” come è la nostra, totalmente astrusi, ci affanniamo come gli altri dietro di lui, a seguire i noiosissimi alti e bassi di una vita che francamente non trovo leggendaria. Si tenta di umanizzare tutto questo claustrofobico mondo computerizzato con la vicenda della figlia prima rifiutata e poi accolta ed è l'unica nota interessante di tutto il film (ma non mi ha “toccato” in profondità come avrebbe voluto il regista), oppure con le note e le parole di Bob Dylan, con le immagini di Alan Turing o di John Lennon che scorrono sugli schermi del palco o con l'onnipresente assistente Kate Winslet (sopravvalutata da un Golden Globe), ora madre, ora sorella, ora serva, ma non amante, la quale vive della sua luce riflessa, e il risultato, a mio parere, è chiaramente esemplificato nella scelta dell'attore protagonista Michael Fassbender che è bravo, per carità, nulla da eccepire, ma anche (e sempre) senz'anima.

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APPUNTI DI CINEMA: REVENANT di Alejandro Gonzàlez Iñárritu

Recensione di Dhany Coraucci

Il film è molto crudo, perfino brutale, ma ciò che mi è rimasto dentro, nel ripensarci, sono i sussurri del vento, il delicatissimo ticchettio dell'acqua che scorre o l'opaco fendersi del ghiaccio sotto i piedi. Mi è rimasta dentro la poesia non solo di quei luoghi incontaminati ma anche di una civiltà perduta (massacrata, in verità) per la quale non vi sarà mai congruo pentimento. Eppure per tutto il film sono pochissime le concessioni poetiche, il realismo con il quale racconta il wild west è impressionante e non fa favori a nessuno. Si apre con una battaglia pazzesca tra il gelo e il fango che ti toglie il fiato, ma è solo il primo dei pugni allo stomaco che ricevi, perché di battaglie o, per meglio dire, di lotte, si narra sempre. Contro la morte, contro il freddo, la fame, il dolore, il tradimento e anche i bei ricordi. Ho visto tutti i film dedicati ai nativi americani, ho visto negli anni ritrarre quei popoli con sempre maggiore sensibilità e sensi di colpa e pur ricordandomi un altro meraviglioso capolavoro “solitario” (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, Sydney Pollack 1972), mai li ho visti così come li racconta Iñárritu. Forse sono i paesaggi che ha scelto, forse sono le riprese strenuamente volute con una luce naturale, forse sono i lunghi silenzi o la musica splendida di Sakamoto (con Alva Noto) che torna al cinema dopo moltissimi anni o forse è il talento sovrumano, quasi alieno di Leonardo di Caprio (solo per il pesce e il cuore che addenta crudi io gli darei un premio) ma anche quello straordinario di Tom Hardy; una cosa è certa: ne sono completamente affascinata.

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APPUNTI DI CINEMA: CAROL di Todd Haynes

Recensione di Dhany Coraucci

Dell'amore si può parlare in tanti modi ma se tutto quello che si ha da dire è circoscritto a un colpo di fulmine, gli argomenti si riducono drasticamente. Se poi il colpo di fulmine viene raccontato quasi esclusivamente attraverso gli sguardi, c'è ancor meno da replicare. Certo non potevo aspettarmi di più da una storia tratta da un libro della Highsmith che considero una delle scrittrici più grossolane e sopravvalutate della terra, almeno stilisticamente. E' chiaro che questo film non mi è piaciuto ma, come si dice, al cuor non si comanda. Non mi accontento, infatti, delle scene esteticamente belle e impeccabili, dell'ambientazione magistrale e della recitazione appassionata delle due protagoniste (posto che trovo ingiustificati tutti i premi conferiti a Rooney Mara): lo ammetto, quando si parla d'amore divento esigente, ho delle aspettative; il tema è troppo delicato e complesso per non ambire a profondità che ancora non conosco. Qui di profondo c'è solo la sopportazione per la lentezza esasperante del film che rimane in una superficie ovattata e gentile, sfiorando l'inconsistenza. Ma ribadisco: al cuor non si comanda.

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APPUNTI DI CINEMA: IRRATIONAL MAN di Woody Allen

Recensione di Dhany Coraucci

Non potrò mai scrivere una cattiva recensione di un film di Woody Allen, è uno degli artisti che più hanno influenzato la mia vita, tuttavia questa sua ultima pellicola mette a dura prova i miei propositi e sono tentata, forse in maniera del tutto... irrazionale, di giudicarla addirittura tra le sue peggiori ispirazioni. Ma non lo farò, terrò fede al mio illogico patto e attribuirò questo deludente, freddo ritratto senz'anima alla cattiva ispirazione che gli suscita la sua ultima musa, Emma Stone. Ce n'è sempre stata una in tutti i suoi film, fin dall'inizio, a infondergli quell'irripetibile illuminazione, quella sincerità disarmante, quell'intensità ineguagliabile, non a caso i suoi ritratti femminili sono tra i più profondi e sfaccettati che siano mai apparsi sullo schermo. E i film, di solito, traggono nutrimento proprio dalla carismatica protagonista, non si limitano a girarle attorno o a descriverla, ma ne sono plasmati e condizionati: Diane Keaton, Mia Farrow, Judy Davis, Charlotte Rampling, Gena Rowlands sono solo un piccolo esempio. Emma Stone non ha, a mio parere, quei tratti nevrotici e stimolanti che si ritrovano abitualmente nelle sue muse, anzi, è proprio il contrario: è affidabile, convenzionale, completamente asessuata e così la storia che le ruota attorno, benché citi i filosofi più ardentemente pungenti e caustici, si limita all'esposizione di un “trattato” prevedibile e banale: l'intervento beffardo del Caso. In quanto a prevedibilità, non scherza nemmeno Joaquin Phoenix: da che ho memoria gli hanno sempre fatto interpretare la parte di un uomo tormentato e qui non aggiunge nulla di nuovo al suo “curriculum”.

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