APPUNTI DI CINEMA: TAKEN 3 L'ORA DELLA VERITA' di Olivier Megaton

Recensione di Dhany Coraucci

Chissà cosa fa supporre a registi come Monsieur Megaton che le scene spericolate debbano essere necessariamente e ossessivamente girate in maniera spericolata per risultare più efficaci, cioè che la fonte di ispirazione non sia, ad esempio, il magistrale John Frankenheimer in un film come Ronin (per me miglior inseguimento d'auto di tutti i tempi), bensì una pallina da ping pong nella centrifuga di una lavatrice? Forse è convinto che il principio di nausea provocato dalla sua tecnica registica schizzatissima faccia trendy: anch'io voglio una vita spericolata, ma questo è troppo! Non che il film richieda una gran concentrazione, intendiamoci, la storia che nel primo capitolo della saga era parecchio variopinta e piacevolmente inverosimile si è scolorita in maniera progressiva (a proposito di lavaggi in lavatrice!) e al terzo sequel è diventata esile esile, sciapa, senza veri colpi di scena o tensione e per di più con una piattezza di personaggi al limite della depressione, soprattutto i “cattivi”, i soliti russi monoespressivi con i soliti tatuaggi monocolore. L'unica ragion d'essere per me è Liam Neeson, un po' fiacco però questa volta nella veste del devoto papà che deve proteggere la figlia Kim e benché Forest Whitaker nel ruolo dell'ispettore di polizia si sforzi di dare spessore al suo personaggio con tic e gesti ossessivi, come quell'elastico che si arrotola sempre alle dita e lunghi sguardi riflessivi che non sottintendono alcuna ponderatezza che non sia il preludio al morso di una ciambella calda, in qualità di action movie, pur senza pretese, è una vera delusione. Ma me la sono cercata: devo smetterla, infatti, di dare chance a un qualsiasi progetto in cui compaia il nome di Luc Besson che per me da anni non combina più niente di buono e qui, come nei precedenti Taken, è sempre produttore e, in coppia con R. M. Kamen, anche sceneggiatore. Dubito fortemente che il numero Tre stia al passo con i primi due anche dal punto di vista del successo al botteghino, ormai sono troppi i....lavaggi!

 

 

 

APPUNTI DI CINEMA: OSCAR 2015

Commento di Dhany Coraucci

Quest'anno alla cerimonia degli Oscar tutti i film in concorso erano di un'eccellenza senza pari, per cui nell'assegnazione dei premi vi è stata comunque una grande gioia. Un anno davvero eccezionale per il cinema e come ha detto Sean Penn, salito sul palco per assegnare l'oscar al miglior film, tutte le pellicole candidate hanno lasciato un segno così forte che rimarrà indelebile nel tempo indipendentemente dai premi ricevuti. Certo, un piccolo, enorme, tagliente dispiacere l'ho provato quando ho saputo che INTERSTELLAR a cui io assegno il mio personale Oscar di Magnificenza è stato quasi totalmente escluso e non se ne capisce la ragione dal momento che l'anno scorso un altro film “interstellare” molto meno incisivo e profondo si è aggiudicato un sacco di premi (Gravity), ma gli americani per quanto popolo prevedibile e corretto sono capaci di queste scorrettezze artistiche e non se ne curano un granché. In ogni caso non posso lamentarmi, davvero, sono appagata sotto tutti i punti di vista perché amo profondamente i film e gli attori premiati e per quanto la cerimonia conservi sempre quell'aria pacchiana e sfarzosa a tratti irritante, riserva sempre delle magie irripetibili, davvero uniche. Come quella che mi ha regalato l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura non originale assegnata a GRAHAM MOORE per IMITATION GAME. Questo film è nel mio cuore e non ha avuto grandi riconoscimenti se non questo, tuttavia il premio ricevuto è stata l'occasione per una delle dediche più toccanti che abbia mai udito e che mi coinvolge nel profondo. Giovanissimo, ma con l'aria ancora più giovane di un adolescente, Graham Moore visibilmente emozionato ha commentato l'Oscar in questo modo: “Quando avevo 16 anni ho cercato di suicidarmi perché mi sentivo strano, mi sentivo diverso, mi sentivo di non appartenere a questo mondo. Ma ora sono su questo palco. Vorrei che questo momento fosse per quei ragazzi là fuori che si sentono strani o diversi. Potete farcela. Promettete a voi stessi di farcela. Fatelo. Rimanete strani. Rimanete diversi”. Sembra un consiglio semplice, addirittura banale, ma per chi è tormentato dalla diversità e dalle crisi d'identità è un discorso coraggiosissimo, di cui c'è bisogno. Poi ho esultato per tutti i premi vinti da BIRDMAN, altro capolavoro sull'identità che tutti agli Oscar hanno etichettato come divertentissimo ma che a me è piaciuto proprio per il suo alto tasso di disperazione (a proposito di stranezza, è tutto.... normale!!!). Peccato per MICHAEL KEATON che l'Academy non ha riconosciuto come miglior attore, difficile che abbia altre chance di salire su quel palco; peccato per CUMBERBATCH che per me era il migliore e peccato anche per BRADLEY COOPER, ma la performance di REDMAYNE dedicata a chi combatte la SLA (come quella dell'altro oscar JULIANNE MOORE contro l'alzheimer), era scontato che venisse premiata: la malattia per Hollywood è ancora il terreno più accidentato, quello più spaventoso e pericoloso che si contrappone con violenza e ferocia ai bei praticelli curati della “remise en forme” della giovinezza chirurgica e della padronanza di sé ed il solo mostrarla, nonché riconoscerla, è un atto di cui va già molto fiera. Volevo terminare con i miei personali oscar “Anti-Eleganza” come faccio tutti gli anni, ma questa volta sono in difficoltà e devo ricredermi sulla genetica cialtroneria americana perché le star migliorano sempre di più il loro look. Perfino LADY GAGA (guanti rossi di gomma a parte) si è presentata in un classico, innocente, bianco, vaporoso abito da cerimonia che avrebbe fatto invidia a Cenerentola.

CIVICO32, presso il Cortile Cafè | via Nazario Sauro 24/b | Bologna

APPUNTI DI CINEMA: BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu

Recensione di Dhany Coraucci

Non c'è sogno più condiviso e armonioso che l'immaginarsi con le ali a spiccare il volo in direzione del cielo aperto, ma qui siamo in un teatro, uno spazio chiuso, costantemente illuminato dalle luci artificiali, angusto, claustrofobico e dai soffitti bassi. Qui gli unici voli consentiti sono quelli verso il basso, giù, per terra, dove i conti della banca precipitano senza rimedio, dove i desideri e le aspirazioni crollano, dove l'identità di ognuno frana rovinosamente in un'insoddisfazione perpetua e nervosa. E' un film creativo e moderatamente visionario, ricco di riprese mirabolanti, rapide e ardite, di misteriosi poteri di telecinesi, di pindarici voli su Broadway e di inquietanti voci che parlano nella testa, ma personalmente lo ritengo un film molto realistico, crudo e spietato su una crisi che si allarga a macchia d'olio investendo l'individuo ma anche la società in cui è costretto a vivere; e benché sulla scena finale, ironica, si stemperi un sorriso, lo ritengo anche un film magnificamente triste, perché la crisi è di dimensioni così sproporzionate che perfino nel raggiungimento del proprio obiettivo, del proprio sogno e della propria verità vi è la totale incapacità di goderne i frutti, di assaporarne il piacere e la soddisfazione, rimane solo un senso di vuoto assoluto. Il regista è messicano ma si esprime nella miglior tradizione hollywoodiana, quella incisiva e profonda che scava e dissotterra sensazioni e sentimenti in cui tutti, in fondo, ci possiamo riconoscere, e lo fa a un ritmo serrato e sincopato (bello il tema free jazz di batteria che ci accompagna fin dai titoli di testa) avvalendosi, quasi superfluo sottolinearlo, di un cast d'attori eccellente a cominciare dal protagonista Michael Keaton per il quale ho sempre nutrito una passione, per finire con gli attori minori, tutti straordinari. Anche le donne, pur se dipinte con nervosa fragilità al limite dell'isterismo sono bellissime e reali (in particolar modo le “attrici teatrali” Naomi Watts e Andrea Riseborough). Si sono cercate delle similitudini tra la storia personale di Michael Keaton e la storia di Riggan Thomson nel film, il primo intrappolato nella celebrità appariscente del suo Batman come il personaggio del film è ingabbiato nel suo ruolo di spettacolare e imbattibile Birdman, e indubbiamente vi sono. Ma è facile pensare che la “prigione” costruita dai media e dal pubblico (o da semplici “tweet”); quello spazio chiuso e angusto, quelle ali che si immaginano e che non conducono da nessuna parte, siano prerogativa di tutti gli attori e, perché no, di tutti gli uomini con delle aspirazioni.

APPUNTI DI CINEMA: IL NOME DEL FIGLIO di FRANCESCA ARCHIBUGI

Recensione di Dhany Coraucci

Certo non si può dire che in fatto di originalità e fantasia gli italiani nel cinema si distinguano; se per questo, nemmeno gli italiani nel teatro: della commedia francese Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte da cui gli stessi scrittori hanno tratto il film Cena tra Amici, ce ne sono due di versioni italiane, a poco più di anno di distanza, una teatrale voluta dalla Ferilli (Le Paté de la Maison) e una cinematografica voluta dall'Archibugi. Tutte e due sono insapori se vengono messe a confronto della raffinata, graffiante e non consolatoria prelibatezza francese la quale, come il camembert, ha un profumo forte e acre, gustosissimo al palato. E tutte e due, pur sfruttando pedissequamente l'ineccepibile ricetta francese, hanno aggiunto degli ingredienti di casa nostra, purtroppo sempre quelli, già cucinati in mille altri piatti italiani, con il risultato, più o meno riuscito, di portare in tavola un intruglio commestibile che non vuole scontentare nessuno, che vuole lasciare la bocca buona a tutti i costi, con quel sorriso buono, a tutti i costi. Hanno un bel da dire, infatti, l'Archibugi e Francesco Piccolo, lo scrittore che ha vinto il Premio Strega 2014 con uno di quei romanzi italiani che non leggerò mai (apro parentesi per dire che.... non aprirò una parentesi su questa questione), qui in veste di sceneggiatore, che non si tratta di una versione italianizzata del film francese: ah no? I flashback dell'infanzia, della famiglia come era un tempo, intrisi di sdolcinata malinconia.... no? E quella critica assai poco pepata alla sinistra italiana con la presa in giro del solito intellettuale snob e un po' ridicolo... no? E la canzone di Lucio Dalla “Telefonami tra vent'anni” cantata da tutti i protagonisti bambini e adulti che ha fatto sciogliere (o meglio “fondere” se vogliamo usare il linguaggio culinario) tutti i critici come burro a bagnomaria, al punto che viene considerata la scena-madre.... no? Va bene, posso dare il beneficio del dubbio. Ma la figura della scrittrice ignorante (che dico? ignorantissima) verace e volgare che ha un enorme successo con un libretto un po' piccante, interpretata dalla Ramazzotti, questa è una storia italiana al 100%; che si trasformi, poi, nel personaggio-chiave che salva tutti gli altri dal baratro dei loro fallimenti grazie alla sua spontaneità così autentica e buona (e nauseabonda) e che finisca anche per scrivere come si deve, citando addirittura Cechov, aiutatemi, è un boccone davvero indigesto! Meno male che c'è Alessandro Gassman, lui è l'eccellente dessert che mi riconcilia col mondo, anzi, con l'Italia: è magnifico, è bello e magnifico. Cameriere! Ne vorrei un'altra porzione, grazie!

APPUNTI DI CINEMA: EXODUS - DEI E RE di RIDLEY SCOTT

Recensione di Dhany Coraucci

Forse sembrerò irriverente, ma di questo kolossal biblico le parti che mi sono piaciute di più sono quelle relative alle ferocissime battaglie e alle piaghe d'Egitto, assolutamente spettacolari, avvincenti e perfide. E naturalmente tutta la messinscena virtuale e magnifica, con dispendio di effetti speciali di grande impatto (ma questo era quasi scontato, ora si è sempre tecnologicamente strepitosi). Sono rimasta molto delusa, invece, da tutto il resto. E vi dirò un'altra cosa, mi sono molto impegnata: per quasi tutto il film sono stata compita e paziente se non che nell'ultima parte, quando si è giunti al grande esodo, ebbene sì, in quel momento ho perso il mio prodigioso self-control e ho rimpianto a gran voce Charlton Heston e il suo popolarissimo Mosè ne I Dieci Comandamenti (1956), perché, per quanto sia stato patinato, favolistico e per così dire, ornamentale, là l'afflato religioso era ben vivo, commosso e potente. Qui invece, forse anche nel tentativo di modernizzare la storia del leggendario profeta, non l'ho percepito affatto, né all'inizio né alla fine, proprio non ho visto brillare alcuna fiamma mistica, né devoto bagliore. Anzi, per essere un costosissimo prodotto hollywoodiano, l'ho trovato piuttosto dozzinale nella sceneggiatura, superficiale nella descrizione dei personaggi e, Christian Bale a parte, che è bravo e non si può dir nulla, inefficace nella scelta del cast: a cominciare dall'allampanato Joel Edgerton (Ramses) monocorde nel rappresentare il complessato e fragile antagonista, passando da Golshifteh Farahani (Nefertari moglie di Ramses) bruttina e insignificante (ma come?? la bellissima egiziana Nefertari sempre slavata e senza trucco e con una massa sgraziata di ricci?? ) e in generale tutti i personaggi femminili, senza alcun piglio o fascino, per giungere (orrore!!) all'insopportabile bambinetto supponente e antipatico e nemmeno tanto bravo a recitare, chiamato ad essere la trasfigurazione di dio; del resto al cinema le rappresentazioni del bene difficilmente superano il confronto con quelle del male, almeno in termini di fantasia e oscuro fascino, per cui, irriverente o no, quasi avrei preferito venisse rappresentato con la classica voce tonante. In ogni caso, senza troppo infierire, è un filmone di quelli che si guardano con (relativo) piacere e che poi quasi subito si dimenticano, nonostante Ridley Scott, suppongo, vi si sia dedicato con tutte le migliori intenzioni: il film, infatti, ha una dedica speciale sui titoli di coda in memoria del fratello Tony, anch'esso regista, scomparso nel 2012.

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