APPUNTI DI CINEMA - FURY di David Ayer

Recensione di Dhany Coraucci

Lo so, avete poca voglia di chiudervi in una sala buia ora che l'estate è esplosa e feste e rassegne affollano i parchi della città, ma fate ancora un piccolo sforzo; davvero, fate lo sforzo di rimanere seduti per due ore e mezza nell'oscurità quasi totale (e non intendo solo quella in sala) perché questo film di guerra è bellissimo e va visto assolutamente al cinema. Non lo dico perché sia necessario uno schermo gigante a convogliare spettacolari scene di massa o violente panoramiche su strazianti battaglie, tutt'altro, la cinepresa è quasi fissa e l'ambiente è piccolissimo, chiuso, claustrofobico e sporco. Siamo dentro ad un carro armato. Fuori c'è il fango, tonnellate di fango melmoso che ricoprono la terra e le città bombardate. Fuori c'è la guerra, l'ultima ferocissima guerra combattuta nella Germania del 1945, di cui non abbiamo mai saputo molto perché di solito i film, a quel punto, danno la vittoria già per scontata. Come noi, seduti in uno spazio ristretto, al buio, incerti sul futuro e molto spaventati dal presente, ci sono i protagonisti di questa storia, quattro soldati e il loro sergente. Dialoghi serrati, di una bellezza cruda e stupefacente, poche smancerie, poca commozione e sempre nascosta o trattenuta e, tra tutti, due personaggi memorabili, il sergente Collier (Brad Pitt) e la giovane recluta Norman (Logan Lerman- Noi siamo Infinito, 2012), due interpretazioni che sfiorano il “divino” e che spero verranno riconosciute e premiate. E' un film realistico come è stato realistico il Soldato Ryan, ma ha un valore aggiunto perché chi l'ha scritto (uno di quei geni americani che si occupano di tutto, regia, sceneggiatura e produzione, David Ayer - classe 1968) è stato per davvero un soldato e conosce bene la vita dei militari dislocati nelle macchine da guerra (per lui era un sottomarino, non a caso è stato l'autore della sceneggiatura del coinvolgente U-571). E' un film duro, sporco, intenso, anche lontano dai campi di battaglia; la lunga parte che si svolge nella casa di due giovani donne tedesche, infatti, nella sua staticità drammatica e quasi teatrale, rimane impressa nella memoria per la sua poesia ruvida e toccante. E se vuole mettere in scena il suo finale eroico, a me non è dispiaciuto come a molti, perché la guerra va ritratta anche nel suo lato più delirante e assurdo e nell'ultimo strenue combattimento mi ha ricordato La Sottile Linea Rossa, altro capolavoro amatissimo, con l'assedio della collinetta di Guadalcanal, non certo per la durata dell'insensatezza che lì è crudelmente interminabile, quanto per lo spirito di sacrificio che è difficile da capire ai nostri giorni ma di cui va narrato, sempre, poiché pulsa nel cuore dolente di ogni guerra.

APPUNTI DI CINEMA - YOUTH - LA GIOVINEZZA di Paolo Sorrentino

Recensione di Dhany Coraucci

Non sono un'estimatrice di Picasso ma quello che ha detto sulla giovinezza è talmente profondo e veritiero da farmi dimenticare ogni remora nei suoi confronti: “Ci si mette molto tempo per diventare giovani”. Che Sorrentino abbia pensato a Picasso mentre ideava il film non so, ma pare proprio che si sia ispirato a questa frase. E l'ha reinventata a modo suo, con quella profondità assorta e lungimirante che appartiene al linguaggio poetico più di ogni altra cosa. Ve lo devo proprio dire: io adoro Sorrentino, amo il suo modo di esprimersi, i suoi personaggi impregnati di amarezza, le sue storie sottili ma che spalancano mondi sconfinati da esplorare: perché ogni inquadratura, per me; ogni frase, ogni sguardo e ogni singola nota musicale che li accompagnano sono circondati di mistero e intensità e stimolano immensamente tutti i miei sensi nel tentativo di comprenderli, di condividerli o semplicemente di ascoltarli. Questo poi, per me, è il più bello di tutti i suoi film per innumerevoli ragioni. Dalle storie che hanno per protagonisti degli anziani ci si aspetta sempre un po' di saggezza e di verità, ma bisogna anche aver qualcosa da dire se non si vuole fare solo della retorica e Sorrentino che per me è più artista che regista, da dire ha molte cose. I due protagonisti ( Michael Caine e Harvey Keitel, il secondo più strepitoso del primo) sono due vecchi artisti che trascorrono le vacanze assieme nella quiete un po' soporifera e balsamica della Svizzera più lussuosa. Uno è apatico, l'altro è inquieto. Nelle loro abituali passeggiate si ritrovano i ricordi, i rimpianti, le passioni e le difficoltà di una vita che sta giungendo al termine. A volte sono divertenti e assomigliano a Walter Matthau e Jack Lemmon, ma più spesso sono segnati da una consapevolezza e da una fragilità che nemmeno il loro conclamato successo e tutta la loro agiatezza riescono a mitigare. Sono stati giovani, sono stati innovatori, mariti, amanti e infine padri. E' tutto lì, in quel soggiorno esclusivo in cui ogni ora è programmata e asettica; a volte ci sono dei vuoti di memoria o dei dubbi, a volte arriva un ospite inatteso, a volte si devono compiere delle scelte difficili o spiegare perché un tempo si sono dovute fare, a volte ci sono dei sogni e dei luoghi bui e lontani. Ecco, un film del genere, denso e raffinato e assorto, potrebbe anche non finire mai e il piacere di assistervi rimarrebbe immutato, almeno per me che sono affascinata da tanta poesia. Ha un cast di attori stranieri di altissimo livello, io apprezzo moltissimo questa scelta perché la malìa del film è espressa, grazie a loro, all'ennesima potenza. Anche Paul Dano per cui non ho mai avuto una gran simpatia, qui è bravissimo! (quello che dice sul desiderio fa venire i brividi). Lunghi primi piani impietosi alle due attrici (Rachel Weisz e Jane Fonda) che si esprimono in un intenso monologo sono tra le scene più belle del film. E poi, come sempre, c'è la musica preponderante: sommerge, fluttua, scompone. Generi diversissimi, coraggiosamente sofisticati e tra tutti un vecchio amore di cui io mi innamorai quasi trent'anni fa, Mark Kozelek (addirittura il suo nome è quarto nei titoli d'apertura, benché faccia solo una piccola apparizione) un musicista americano d'indole inglese, schivo e misterioso, molto “indipendent” ma con suo affezionatissimo seguito (vedi me); le sue ballate acustiche che fanno da colonna sonora a numerosissime inquadrature sono tutte meravigliose. E concluderei la mia “sviolinata” colma di gratitudine e di piacere con la scena nella quale Michael Caine dirige un concerto “bucolico” di campanacci e suoni della natura, uno splendore!

APPUNTI DI CINEMA - MAD MAX FURY ROAD di George Miller

Recensione di Dhany Coraucci

Ci sono dei momenti in cui anch'io vorrei essere come Furiosa (Charlize Theron), rasarmi i capelli, tingermi la faccia di nero e mettermi alla guida di un blindato indistruttibile che procede imperterrito, scalzando nemici, fanatici e detrattori. Forse anch'io, come lei, porterei con me delle donne giovani e innocenti, da salvare (le mogli e le madri) e sicuramente, come lei, darei ospitalità a un uomo bello e forte (Tom Hardy), che non dice una parola (o quasi), ma solo mi guarda con ammirazione e desiderio e mi protegge da tutti i pericoli. Nel film naturalmente c'è di più, ma non tanto di più. E' proprio la sua trama ridotta all'osso unita ad un ritmo indiavolato e frenetico a rendere questo quarto capitolo della saga di Mad Max il più bello e potente di tutti, mi sono enormemente divertita! In fuga verso un sole accecante, in una terra riarsa dalla siccità, rossa di giorno e blu di notte, Furiosa che guida con un braccio sano e uno monco (seppure dotato di lucente protesi), è alla ricerca di un paradiso e dietro di lei, nel tentativo di fermarla e di impossessarsi del prezioso “carico”, un esercito di creature selvagge, intubate, dai corpi scarificati, dagli occhi iniettati di sangue, dai trucchi portentosi e dallo spirito cyberpunk: non c'è un attimo di tregua, la lotta è magnifica, è un trionfo di eccessi, di fantasia, di originalità. C'è tutto lo spirito “Mutoid”, il gruppo di scatenati scultori e performer inglesi che da metà degli anni '80, traendo ispirazione proprio dal primo Mad Max hanno stupito tutti con le loro gigantesche sculture e i loro ritmi tribali, ma vi ho intravisto anche la geniale tensione di Duel (1971) e l'elettrizzante “ipertensione” di A 30 Secondi dalla Fine (1985). Il regista George Miller si conferma dunque in una forma smagliante, nonostante siano trascorsi trent'anni dall'esordio della saga che lui stesso ha scritto, diretto e in parte anche prodotto, ma c'è di più: alcune scene sono così spettacolari da rendere quasi superfluo il 3D perché... ti saltano letteralmente addosso!

APPUNTI DI CINEMA - RITORNO AL MARIGOLD HOTEL di JOHN MADDEN

Recensione di Dhany Coraucci

In una giornata molto calda, quasi afosa, due cose possono dare sollievo: o rifugiarsi all'ombra e sorseggiare una bibita fresca oppure aprire il getto dell'acqua fredda e congelarsi la pelle fino a che il rimpianto dell'afa è così grande da non avvertirne più il fastidio. Ecco, Ritorno al Marigold Hotel può essere paragonato alla prima soluzione. Non è un'esperienza fortificante o traumatica, non procura una sferzata di energia corroborante ma dona un confortevole alleggerimento che in certi momenti di assoluta pesantezza e difficoltà può risultare ugualmente prezioso. Vi avverto: è tutto finto. E' finta l'India nella quale ha sede il pittoresco Hotel ed è finta la vecchiaia degli attempati protagonisti. Se proprio vogliamo considerarlo alla stregua di una bibita fresca, direi che si tratta piuttosto di un cocktail di frutta analcolico, servito in una grande coppa coloratissima, con tanto di spirali di scorze di limone o arancia, ombrellini, bastoncini e cannucce. In effetti qui i colori non mancano. La scenografia accuratissima è un tripudio di toni accesi e solari che allieta la vista (e l'umore); mercatini di frutta e spezie sfarzosi, abiti ricchi, luminarie copiose, ambienti elegantemente arredati che non sfigurerebbero nelle più prestigiose riviste di design, ma in tutto questo, qualcosa che non è finto, c'è. Ed è l'idea, la speranza e l'anelito di vivere la terza età non come un capolinea ma come una tappa della propria vita che può riservare ancora tante sorprese e che può (e che deve) essere vissuta con entusiasmo, lo stesso entusiasmo che si ha da ragazzi, quando ci si emoziona per tutto e tutti. Raro esempio di n.2 che è migliore del n.1, sostenuto da un gran ritmo, da divertenti battute e da ironiche punte di saggezza, il film continua a seguire le vicende del gruppo di amabili o irritabili vecchietti che abbiamo conosciuto nel precedente lungometraggio, con una new entry mozzafiato: Richard Gere, il più fascinoso e sexy “vecchietto” del mondo che torna con uno dei suoi personaggi “puri” ispirati dal più tenero romanticismo. Anche se personalmente ho un debole per l'inglesissimo Bill Nighy, il grande Richard merita sempre, e sottolineo SEMPRE, la visione del film. Ma c'è spazio anche per i giovani, infatti il britannico (di origine indiana) Dev Patel, gestore dell'Hotel in procinto di sposarsi, tiene le fila di tutta la trama; comincio a vederlo un po' troppo spesso e in tutte le salse per i miei gusti, ma qui è proprio simpatico e non è male anche come ballerino in quella strepitosa bollywood dance, super kitsch e super bella (non vi dico Richard come balla.... divinamente!) che conclude il film.

CIVICO32, presso il Cortile Cafè | via Nazario Sauro 24/b | Bologna

APPUNTI DI CINEMA - ADALINE L'ETERNA GIOVINEZZA di LEE TOLAND KRIEGER

Recensione di Dhany Coraucci

Non è l'epoca giusta per gridare ai quattro venti quanto è bello invecchiare. Nemmeno io, che pure sono contraria al bisturi e ai rattoppi, per non parlare dei rigonfiamenti, digerisco bene la presenza delle rughe (e ancora mi è risparmiato l'assillo dell'imbarazzante “crescita”) e non vi nascondo che quando mi chiamano Signorina lo preferisco di gran lunga a Signora. In uno dei sogni più belli che ho mai fatto ero una vampira felicissima di vivere per sempre. Tuttavia sono rimasta affascinata da questa deliziosa favola nella quale il lieto fine consiste in quello che per molti sarebbe un inconsolabile incanutimento. E' un bellissimo film, scritto a due mani da J. Mills Goodloe e Salvador Paskowitz in maniera raffinata e impeccabile che mitiga la svampita incoerenza di una storia fiabesca con un ritratto controcorrente e molto realistico dei danni prodotti dal ritrovarsi immortale e ciò a cui assistiamo, in pratica, è la cronaca di un'immensa solitudine. La protagonista (una convincente ed elegantissima Blake Lively) si ritrova suo malgrado a eludere l'inarrestabile marcia del Tempo ma si ritrova anche a vivere, come già scrisse John Osborne nel suo Ricorda con Rabbia, una condizione dell'anima che ci coinvolge tutti e da vicino: “Mi sembra di non avere fatto altro in vita mia che dire addio alla gente...” , quindi a rifuggire qualsiasi legame o esperienza o a frenare qualsiasi coinvolgimento. Ed ecco che il film si trasforma senza forzature ma con garbo in un bel film d'amore, di quelli che non siamo più abituati a vedere e che io personalmente adoro, un puro, aggraziato, sentimentalissimo e profondo film romantico con un appassionante colpo di scena nel secondo tempo (Harrison Ford). Il regista Lee Toland Krieger è un giovanissimo californiano che ha debuttato al Sundance e che dirige i bravissimi attori con mano sicura e con un'eleganza che è davvero rara di questi tempi. La colonna sonora è stata composta da Lana Del Rey interessante autrice indipendente che si muove tra l'indie pop, il sadcore e il soul.

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