APPUNTI DI CINEMA - EX MACHINA di Alex Garland.

Recensione di Dhany Coraucci

Per una divoratrice di film come me l'estate è il tempo della dieta. I film delle arene estive li ho già visti tutti, al cinema servono piatti leggeri, con poche calorie e poco gusto. Ma questa è un'estate imprevedibile, non soltanto per il clima sempre più tropicale che la caratterizza: ho fatto due scorpacciate prelibatissime, nel menù la fantascienza cosiddetta “psicologica” di cui io vado matta. La prima è stata Predestination dei fratelli Spierig, la seconda è Ex Machina, un altro strabiliante, raffinatissimo, appetitoso piatto da vero Chef. Quasi mi dispiace che un film così bello sia stato servito in un periodo di forzato regime dietetico ma si può correre ai ripari e dunque sono qui a esortarvi di ignorare tutte le bilance e.... abbuffarvi al più presto! E' indispensabile, infatti, che lo vediate al cinema perché è anche un thriller di rara e mirabile fattura e la tensione creata è tale da meritare il grande schermo e la più alta concentrazione. Alex Garland, inglese, classe 1970, è sceneggiatore e regista e questo è il primo film che dirige, ma è soprattutto uno scrittore ed è importante da sottolineare perché si muove con una padronanza assoluta del linguaggio, della tecnica, della trama e della costruzione dei personaggi al punto che il film risulta così denso e profondo e inquietante e pur tuttavia così scorrevole, ritmato e avvincente da far dimenticare che per la maggior parte si svolge in una stanza asettica e disadorna dove non succede nulla, si parla soltanto. Siamo in un edificio o, per meglio dire, una fortezza iper tecnologica e sperduta, incastonata in una regione selvaggia e inaccessibile della Norvegia, tra ghiacciai, fitti boschi e splendide cascate incontaminate dove il genio dell'informatica Nathan (Oscar Isaac), potentissimo proprietario di un fac simile di Google e scienziato ha invitato il più brillante dei suoi programmatori, Caleb (Domhnall Gleeson), a trascorrere con lui una settimana per testare la sua ultima, segreta invenzione, Ava (ma si pronuncia Eva), una donna robot dotata, almeno nelle intenzioni, di intelligenza artificiale. Ava (la svedese Alicia Vikander) è una vera meraviglia, a partire dall'aspetto: fonde carne, circuiti e resina trasparente così come nell'indole amalgama la più intrigante sensualità con la dolcezza e la fragilità di una bambina che guarda il mondo per la prima volta. Non va raccontato nulla di più e premuratevi di non sapere altro; vi dirò soltanto che all'arrivo del giovane Caleb, il padrone di casa lo accoglie con la stessa ambigua affabilità di Barbablù: gli consegna una chiave (naturalmente elettronica) dicendogli che ha libero accesso a tutte le stanze della tenuta tranne a quelle che la chiave non apre, in queste ultime, infatti, è proibito entrare. Una nota merita la colonna sonora, altrettanto raffinata, rarefatta e persuasiva nonché oggetto di una curiosità. Innanzitutto vede la partecipazione di Geoff Barrow ex Portishead e del compositore inglese Ben Salisbury e abbina a una partitura sintetica un tappeto di suoni dolci, organici e “umani”; i due l'avevano scritta per Dredd di cui Alex Garland era sceneggiatore ma a Hollywood era sembrata troppo strana per un film del genere (non a caso il protagonista era Sylvester Stallone) e l'avevano cestinata. Per fortuna!

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APPUNTI DI CINEMA: TERMINATOR GENISYS di Alan Taylor

Recensione di Dhany Coraucci

Se mi avessero detto che quel gran pezzo di ragazzone salito alla ribalta per aver interpretato un barbaro guerriero iper muscoloso, maestoso e mitico, ma anche un po' truce (in Conan il Barbaro dice che il meglio della vita per lui è “schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e ascoltare i lamenti delle femmine!”) sarebbe diventato una delle personalità più intriganti del pianeta, giuro, non ci avrei creduto. Invece Arnold Schwarzenegger è davvero un personaggio notevole, un uomo intelligente, ironico, capace e dagli incredibili talenti, politica compresa. Se poi vogliamo pensarlo come Terminator, è sempre il cyborg con più classe che c'è. Ma soprattutto è ancora in grado di sorprenderci: ditemi una cosa, non avete anche voi sobbalzato sulla sedia quando entra in scena nel film rispondendo al richiamo di “papà”??! Io ci metterei subito la firma ad avere un papà del genere, così premuroso e valoroso e affidabile e... presente oltre ogni limite! E la cosa straordinaria è che come padre è credibile, insomma, è diventato anche un bravo attore Schwarzy e se non posso dire che da solo regge sulle spalle – ancora superbamente toniche e muscolose- tutto il film, poco ci manca, perché lui è davvero uno spasso. E' un film avvincente, ritmato, pieno di scontri divertentissimi tra titani indistruttibili; vero che il regista Alan Taylor ha usato un po' la mano pesante con i viaggi nel tempo e ad un certo punto ti gira la testa per tutti questi vai e vieni, ma ci sono due personaggi che affiancano il nostro “Cyborg-papà” che mi sono piaciuti particolarmente: uno è il buono che diventa cattivo (Jason Clarke): io, colpita dalla sindrome di Dart Fener (alias Anakin Skywalker) adoro queste trasformazioni; l'altro è la meravigliosa Khaleesi del Trono di Spade, qui nella veste di giovanissima futura mamma dell'eroe che verrà conquistato dal lato “oscuro”, verso il quale però non ha nessun istinto materno, e qui forse un po' di approfondimento psicologico non avrebbe guastato perché lei, invece, non è molto credibile come madre. Ultima cosa: quando il film finisce non alzatevi dalla poltrona: c'è ancora una scena da vedere!

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APPUNTI DI CINEMA - PREDESTINATION di Michael e Peter Spierig

Recensione di Dhany Coraucci

Come a perlustrare gli abissi si ritrovano gli esseri più strani e incredibili, che non rientrano in nessuna categoria ma che sommariamente vengono riversati tra le “creature marine” (penso a tutte quelle forme affascinanti di organismi ermafroditi, ad esempio), così questa storia è tra le più inclassificabili e strabilianti che mi sia dato di conoscere, fatta rientrare a forza e altrettanto sommariamente sotto l’etichetta: “fantascienza, thriller, azione”: niente di più deviante. Quanto a me, sono proprio queste le storie che preferisco: sfrontatamente uniche, sovversive di tutte le regole stilistiche, superbamente originali. Anche il racconto da cui è tratto di Robert A. Heinlein, è fatto confluire nel genere “fantascienza” dove sappiamo trovano spazio altri capolavori difficilmente etichettabili solo perché frutto di una sfrenata e irriverente fantasia. Non mi ci metto nemmeno a raccontarvelo, mi piace pensare che vi fiderete del mio giudizio e vi precipiterete ad andarlo a vedere prima che sparisca dalle sale con la più ampia predisposizione d’animo a entrare in un universo davvero complesso e ammaliante che indaga sull’identità, sulla sessualità, sull’abbandono e sulla predestinazione. Posso aggiungere che non c’è “azione” come siamo abituati ad intenderla, anzi, è un film molto “narrato” di un’intensità intima e drammatica; posso dire che le atmosfere sono tutt’altro che fantascientifiche e se c’è un susseguirsi di “viaggi nel tempo” le epoche sono quelle passate e non quelle future. Posso complimentarmi con i due registi australiani Michael e Peter Spierig, due gemelli giovani e ispiratissimi che hanno scommesso su questa storia indubbiamente non facile e posso ammirarli incondizionatamente perché ci hanno creduto al punto da farne la sceneggiatura, la regia, la produzione (Michael) e le musiche (Peter). Posso infine gioire per avere scoperto finalmente un’attrice che mi piace moltissimo, che mi auguro di rivedere presto sugli schermi, Sarah Snook, intensissima interprete uomo/donna e per avere avuto la conferma che Ethan Hawke è un artista davvero interessante (è anche scrittore) che sceglie sempre produzioni indipendenti e coraggiose.

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APPUNTI DI CINEMA - JURASSIC WORLD di Colin Trevorrow

Recensione di Dhany Coraucci

Benché gli sceneggiatori abbiano fatto di tutto per rendere antipatica, irascibile e intrattabile l'esemplare femmina di dinosauro di ultima generazione, Indominux Rex, per quel che mi riguarda non sono riusciti a raffigurarla mostruosamente cattiva. Avrò un animo troppo sensibile e probabilmente la sindrome di King Kong mi ha contagiato da piccola (la bestia “umanizzata” che deve essere abbattuta a tutti i costi) , fatto sta che io, seppure a disagio, segretamente facevo il tifo per lei. Non è certo “amorevole” come King Kong, ma in fondo è il frutto sconsiderato di quella scienza che manipola i geni per esclusivo profitto, perciò era nella sua natura essere indomita e indomabile. Detto questo, ammetto che faceva una considerevole paura. E per fortuna, perché il film è stato avvincente proprio per la tensione che ha saputo creare attorno alla spietata caccia. E' un film d'intrattenimento, di scene spettacolari e di esagerazioni, non bisogna, secondo me, pretendere null'altro che rimanere incollati alla sedia, rapiti dallo schermo per due ore buone. Si può certamente accusare i quattro sceneggiatori (sottolineo quattro perché è sempre di cattivo auspicio quando sono in tanti a mettere le mani su un testo, di solito il risultato è tutt'altro che perfetto, anzi, è inevitabilmente mediocre) di avere utilizzato dei cliché che ci sono venuti a noia, come i fratelli litigiosi da una parte e i genitori litigiosi dall'altra che nelle difficoltà scoprono di amarsi e di conseguenza appianano tutte le distanze ritrovandosi alla fine del film ad abbracciarsi e giurarsi rispetto eterno, con profusione di lacrime al seguito. Li si può accusare di avere inoltre creato il solito “cattivo” violento, ottuso e testardo che pensa soltanto ai guadagni che può realizzare e che invariabilmente fa una fine atroce (Vincent d'Onofrio, povero lui, gli danno sempre ruoli disdicevoli) e di avere ideato un'eroina (Bryce Dalla Howard, la zietta bionica) tra le più insopportabili che mi sia dato di ricordare, i cui famosi tacchi a spillo (immaginatela nella giungla, rincorsa da quattro velociraptor scatenati e naturalmente dalla Indomita femmina dinosaura geneticamente modificata, con un abitino di chiffon bianco e decolleté color panna con tacco 12 cm) mi hanno così scioccato, che per colpa sua non avrò più il piacere di indossarne di simili in tutta la mia vita. Allora, dicevo, si può accusare i quattro sceneggiatori di tutte queste assurdità, ma noi siamo lì per quel divertimento incantato e giurassico che fa parte dei nostri ricordi cinematografici più avvincenti, quindi godiamoci lo spettacolo e dimentichiamoci di tutto il resto. Anche perché, a proposito di spettacolo, l'eroe di turno (Chris Pratt) leale, coerente, valoroso, sensibile e bello, lo è per davvero!

APPUNTI DI CINEMA- LA RISPOSTA E' NELLE STELLE di George Tillman Jr

Recensione di Dhany Coraucci

Certo sarebbe un gran conforto trovare la risposta nelle stelle, in questa stagione non si dovrebbe nemmeno fare molta fatica, i cieli sono tersi, gli astri abbondanti e luminosi. Più difficile, a questo punto, è porre la domanda. Prendiamo la questione amorosa e mettiamo il caso di avere una domanda a cui c'è una risposta (nelle stelle, appunto), siamo poi convinti che ne terremo conto? Quello che voglio dire è che le risposte, in amore, anche se le sappiamo, nella maggioranza dei casi non servono; i consigli, gli sbagli, gli avvertimenti, non servono, continueremo ad amare a modo nostro, presumibilmente la persona sbagliata. Ma forse sono andata un po' fuori dal seminato, soprattutto con un film del genere. Non è un brutto film, intendiamoci, ma qui non c'è spazio per inquietanti digressioni o dubbi astrali, è un film semplice. Anzi, la sua prerogativa, a mio parere, è proprio questa, la semplicità. Anche il messaggio che vuole dare, tutto sommato, è schietto e lineare: in amore occorre fare dei sacrifici, sempre. Naturalmente la tesi sostenuta è che ne vale poi la pena. Ma ha ragione, bisogna sempre rinunciare a qualcosa che è più o meno importante, molte volte per altro non si pone nemmeno una scelta, se questa comporta la perdita dell'amore e dunque, semplicemente, per continuare ad amare si rinuncia ai propri sogni, alle proprie ambizioni, alle proprie aspettative. Comunque, al di là del messaggio, il vero motivo d'essere di questo film è il libro da cui è tratto, o meglio lui, lo scrittore, Nicholas Sparks, saccheggiato dal cinema per le sue storie d'amore che combinano sapientemente artificio e intreccio puramente letterari con elementi molto quotidiani che, al contrario dei primi, sono anche molto condivisibili. Qui corrono parallele due storie, una del passato e una del presente. Quella del passato (Alan Alda e Oona Chaplin) è anche la più intrigante ed è raccontata attraverso delle lettere che ripercorrono un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri e mette in scena una “rinuncia” che non è troppo indagata e indubbiamente toccante. La seconda, quella che si svolge nel presente, (Scott Eastwood, molto somigliante al padre e con un fisico muscolosissimo e Britt Robertson, quest'ultima al cinema anche in Tomorrowland) è invece una storia più banale e soprattutto già vista, ma la si segue volentieri se non altro perché è ambientata in un mondo che, a proposito di stelle, è distante anni luce da noi, il mondo dei rodeo, dell'america rurale tutta stivali camperos, birra e cappelli da cowboy. Vista la semplicità di cui il film si fa portavoce i rispettivi finali sono più che.... lieti, ma in fondo è proprio per questo che si va vedere un film del genere: per raggiungere le stelle...non ci sono altri mezzi!

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