APPUNTI DI CINEMA: SUBURRA di Stefano Sollima

Recensione di Dhany Coraucci

Il conto alla rovescia con il giorno dell'Apocalisse mi ha conquistato immediatamente. E subito ho pensato: ecco un altro film italiano che pensa in grande, con sicurezza, maestria e forte personalità. E' un bellissimo noir che attinge a quella tradizione letteraria di sicura efficacia che si basa su solidi fatti realmente accaduti, abilmente ricostruiti e ambientati, per raccontare la storia “nera” di una sconfitta che è individuale e universale allo stesso tempo. Qui siamo a Roma, nel 2011. Che poi si ritrovi quella storia tutta italiana di corruzione, degrado e potere che intreccia, avviluppa e fonde in un unico rovo cariche politiche, religiose e mafiose, non è il principale merito di questo film perché, per quanto mi riguarda, mi è piaciuto proprio da un punto di vista squisitamente cinematografico che significa aver messo in scena la storia di personaggi ben scritti e interpretati, alcuni davvero carismatici e affascinanti, pur nella loro negatività (Claudio Amendola tra tutti), aver dato al film un gran ritmo, aver calibrato le scene violente (se non sadiche) con una rude, dolorosa poesia e aver realizzato ottime scene d'azione, come la sparatoria nel supermercato che non ha niente da invidiare a quelle dei maestri americani. E poi, particolare che a molti lascerà indifferenti ma non me, accompagnare il tutto a una colonna sonora di grande raffinatezza: i brani sono quelli degli M83, un gruppo francese alternative di synth-pop lirico, psichedelico, digitale e introspettivo, a tratti perfino straziante con accenni di disperata sacralità. Scandita quindi dall'approssimarsi dell'Apocalisse, intesa come “rivelazione” o disvelamento, la storia procede mostrando come i personaggi si agganciano gli uni agli altri inestricabilmente, con i fili sottili e tenaci di un'impressionante e funesta ragnatela. E poi, lasciatemelo dire: bellissima quella pioggia torrenziale!

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APPUNTI DI CINEMA: LO STAGISTA INASPETTATO di Nancy Meyers

Recensione di Dhany Coraucci

Innanzitutto lasciate che mi congratuli con la Commissione che sceglie i titoli con i quali distribuire i film per lo sforzo immaginativo che deve esserle occorso per dare a un titolo già perfetto nella sua schietta semplicità (The Intern - Il tirocinante) quel tocco... inaspettato (è proprio il caso di dirlo) che l'ha davvero impreziosito. Sono ironica, naturalmente. Il titolo è penoso, ma il film è una delizia. Una delizia autunnale. In tutti i sensi. Il protagonista, infatti (un superbo Robert de Niro), è un settantenne che si avvia verso quella stagione crepuscolare in cui la libertà da impegni e da doveri più che rappresentare la conquista di una vita assomiglia a un baratro in cui ci sente pericolosamente soli ed inutili. Ed è proprio per vincere questa noia esistenziale, più profonda di un'insofferenza, che accetta di partecipare a un programma di tirocinio per senior in una rampante, modernissima e ultra-tecnologica azienda leader delle vendite online capitanata da una giovane e grintosa manager (Anne Hathaway, di cui non sono grande estimatrice, ma che è impeccabile in ruoli del genere). La prima parte è spassosissima, ma anche intelligente, perché mette a confronto due mondi all'opposto, il presente e il passato, che paiono inconciliabili; e se nel corso del film si scoprono via via i punti di contatto, resta la lettura, in chiave leggera se non addirittura comica, dell'epoca in cui viviamo, con tutte le sue contraddizioni e i suoi spaventosi vuoti. La seconda parte è meno acuta, da questo punto di vista, e si fa più commedia in senso tradizionale, forse un po' troppo sentimentale per i miei gusti, il risultato comunque è ottimo. Viene spontaneo il paragone con Il Diavolo Veste Prada (2006), sia per la trama che per la presenza in entrambi di Anne Hathaway, a confronto con un altro mostro sacro, Meryl Streep: una somiglianza c'è, ma quest'ultimo, che per me è un capolavoro, ha un finale amaro che qui non è proprio contemplato.

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APPUNTI DI CINEMA: PADRI E FIGLIE di Gabriele Muccino

Recensione di Dhany Coraucci

“Eravamo nati in una casa piena di complicazioni, di drammi, di dolori” scriveva Pat Conroy nel suo splendido libro Il Principe delle Maree e direi che lo stesso vale per i protagonisti di questa storia. Case di questo genere è facile che siano tutt'altro che confortevoli e che si desideri uscirne al più presto, ma non è questo che accade. Il film mi è piaciuto molto e per certi versi mi ha sorpreso: non ci si addentra soltanto in stanze in cui la famiglia vive drammi che colpiscono e che commuovono, ma si perlustra anche uno spazio (quello del disagio sessuale) che al cinema è sempre poco indagato. Il parallelismo tra il passato e il presente funziona benissimo a mio parere, la storia che racconta della figlia da piccola e contemporaneamente da grande da' un ritmo che corre veloce e si è impazienti di sapere quando i due piani temporali si intersecheranno. Troppo triste? Lo è, ma la drammaticità è ben sostenuta dagli attori straordinari e Russell Crowe qui è magnifico, come lo sono le “figlie”. C'è qualche imperfezione nella sceneggiatura e non si capisce come possa uno scrittore che ha vinto il premio Pulitzer non avere degli amici che lo aiutino nelle sue numerose avversità (c'è l'editor ma quella, si sa, è una figura senz'anima). A Muccino piace immergere i suoi protagonisti in un gorgo di sfortune e colpi bassi e difficoltà (vedi il bellissimo Alla Ricerca della Felicità- 2006-) e se la lotta estenuante nel combatterli e superarli è molto “americana” è anche vero che qui proprio tutto non si aggiusta. Se c'è qualcosa che non funziona è la colonna sonora di Paolo Buonvino che per me è davvero insopportabile, perché pomposa e melodrammatica e su certe scene già parecchio tragiche fa un effetto stucchevole che poteva tranquillamente essere evitato, infatti doveva occuparsene il grande James Horner, prima di morire ancora troppo giovane in un incidente aereo.

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APPUNTI DI CINEMA: THE MARTIAN - SOPRAVVISSUTO di Ridley Scott

Recensione di Dhany Coraucci

C'erano tre motivi per cui avrebbe dovuto piacermi questo film: il primo è che adoro la fantascienza, il secondo è che adoro Matt Damon e il terzo è che adoro (non tutti, ma quasi!) i film di Ridley Scott. E' con grande dispiacere, quindi, che lo faccio scivolare dentro la mia personalissima scatola nera dei film che non solo dimenticherò, ma che ho già dimenticato. Trama esile (ma si sapeva), finale scontatissimo (e si sapeva anche questo); non manca il ritmo, visto la sottigliezza della vicenda, però non mi consola. A suo favore, proprio perché i tre motivi di cui sopra non sono motivi qualunque, posso dire che al di là dello spirito di sopravvivenza che, sempre per i miei personalissimi parametri, non è un tema che mi emozioni particolarmente, viene esaltata una solidarietà su cui è sempre bene porre l'accento, anche se nel recupero del sopravvissuto e quindi nel valore assoluto di ogni vita umana, i toni sono troppo enfatizzati e lirici e non basta stemperarli con le note gioiose e un po' trash della disco anni settanta, che tutti canticchiamo insieme a Matt nell'abitacolo della sua solitaria navicella: come si dice, quel che è troppo, è troppo! Qualcuno l'ha paragonato a Interstellar: sempre per la mia personalissima visione e per usare la metafora delle patate che poi tanto metafora non è, è come paragonare un soufflé alto e soffice (difficilissimo da ottenere, se vi intendete di cucina) servito da Chez Maxim a Parigi a una patata lessa, scondita servita su un piatto di plastica alla fira di “sdaz”. Per piacere, non toccatemi Interstellar!

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APPUNTI DI CINEMA - EX MACHINA di Alex Garland.

Recensione di Dhany Coraucci

Per una divoratrice di film come me l'estate è il tempo della dieta. I film delle arene estive li ho già visti tutti, al cinema servono piatti leggeri, con poche calorie e poco gusto. Ma questa è un'estate imprevedibile, non soltanto per il clima sempre più tropicale che la caratterizza: ho fatto due scorpacciate prelibatissime, nel menù la fantascienza cosiddetta “psicologica” di cui io vado matta. La prima è stata Predestination dei fratelli Spierig, la seconda è Ex Machina, un altro strabiliante, raffinatissimo, appetitoso piatto da vero Chef. Quasi mi dispiace che un film così bello sia stato servito in un periodo di forzato regime dietetico ma si può correre ai ripari e dunque sono qui a esortarvi di ignorare tutte le bilance e.... abbuffarvi al più presto! E' indispensabile, infatti, che lo vediate al cinema perché è anche un thriller di rara e mirabile fattura e la tensione creata è tale da meritare il grande schermo e la più alta concentrazione. Alex Garland, inglese, classe 1970, è sceneggiatore e regista e questo è il primo film che dirige, ma è soprattutto uno scrittore ed è importante da sottolineare perché si muove con una padronanza assoluta del linguaggio, della tecnica, della trama e della costruzione dei personaggi al punto che il film risulta così denso e profondo e inquietante e pur tuttavia così scorrevole, ritmato e avvincente da far dimenticare che per la maggior parte si svolge in una stanza asettica e disadorna dove non succede nulla, si parla soltanto. Siamo in un edificio o, per meglio dire, una fortezza iper tecnologica e sperduta, incastonata in una regione selvaggia e inaccessibile della Norvegia, tra ghiacciai, fitti boschi e splendide cascate incontaminate dove il genio dell'informatica Nathan (Oscar Isaac), potentissimo proprietario di un fac simile di Google e scienziato ha invitato il più brillante dei suoi programmatori, Caleb (Domhnall Gleeson), a trascorrere con lui una settimana per testare la sua ultima, segreta invenzione, Ava (ma si pronuncia Eva), una donna robot dotata, almeno nelle intenzioni, di intelligenza artificiale. Ava (la svedese Alicia Vikander) è una vera meraviglia, a partire dall'aspetto: fonde carne, circuiti e resina trasparente così come nell'indole amalgama la più intrigante sensualità con la dolcezza e la fragilità di una bambina che guarda il mondo per la prima volta. Non va raccontato nulla di più e premuratevi di non sapere altro; vi dirò soltanto che all'arrivo del giovane Caleb, il padrone di casa lo accoglie con la stessa ambigua affabilità di Barbablù: gli consegna una chiave (naturalmente elettronica) dicendogli che ha libero accesso a tutte le stanze della tenuta tranne a quelle che la chiave non apre, in queste ultime, infatti, è proibito entrare. Una nota merita la colonna sonora, altrettanto raffinata, rarefatta e persuasiva nonché oggetto di una curiosità. Innanzitutto vede la partecipazione di Geoff Barrow ex Portishead e del compositore inglese Ben Salisbury e abbina a una partitura sintetica un tappeto di suoni dolci, organici e “umani”; i due l'avevano scritta per Dredd di cui Alex Garland era sceneggiatore ma a Hollywood era sembrata troppo strana per un film del genere (non a caso il protagonista era Sylvester Stallone) e l'avevano cestinata. Per fortuna!

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