APPUNTI DI CINEMA: STAR WARS IL RISVEGLIO DELLA FORZA di J.J. Abrams

Recensione di Dhany Coraucci

A proposito di risvegli, non c'è niente di più mortificante per un fan di una saga che ammettere che il sogno è finito, dunque ho atteso questo appuntamento con molta trepidazione. Avevo già collezionato pareri poco entusiastici quando sono andata al cinema, ma evidentemente non si trattava di veri fan perché io l'ho trovato bellissimo. Non si può discutere con un fan del suo sogno, non sarà mai né critico, né obiettivo. Quindi eviterò di recensire il film come faccio abitualmente perché tutte le corde del mio cuore e della mia memoria e della mia giovinezza si sono tese ad arco nel rivedere su grande schermo il nuovo episodio stellare, del resto io amo proprio la versione “classica” quindi ho adorato gli eserciti di uomini e non di cloni, il ritmo incalzante, l'avventura senza troppi sfarzi tecnologici e il ritorno dei mitici protagonisti di un tempo, seppure invecchiati. Posso solo aggiungere che, essendo il mio personaggio preferito Anakin Skywalker, il nuovo “cattivo” non è minimamente intrigante al suo confronto, ma diamogli tempo. E se proprio devo dirlo, mi è mancata la sfera più “filosofica” della Forza (ci dovrà essere un nuovo Yoda, altrimenti che senso ha Star wars?). Intanto però mi sono divertita da pazzi e non vedo l'ora di vedere il seguito.

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APPUNTI DI CINEMA - HEART OF THE SEA di Ron Howard

Recensione di Dhany Coraucci

Più della balena bianca o della baleniera contro la quale si accanisce, protagonista di questo film è il mare. Dagli abissi più profondi che vediamo in apertura, alle tempeste, alla sua immensità. Ron Howard ci racconta il cuore del mare, non alla maniera di Melville, con quel respiro interiore, esistenzialista perché in fondo il film è tratto da una storia scritta nel 2000 proprio riferita alla baleniera Essex che ha ispirato l'autore ottocentesco per il suo romanzo più famoso (riscoperto poi nel 1921). La prima parte è magnifica e deve essere assolutamente vista al cinema; la seconda parte si dilunga un po' sull'agonia del naufragio e il mare è quello che non approda a nessuna riva. Non c'è spazio per visioni tormentate o metafore dell'anima perché Ron Howard è un regista hollywoodiano nel senso più buono, in grado di unire la spettacolarità a un senso di avventura e di puro intrattenimento che appartiene al cinema d'altri tempi, però con un elevatissimo e sapiente uso delle nuove tecnologie. A me, infatti, più che il Moby Dick di John Huston mi ha ricordato Gli Ammutinati del Bounty, senza però la sua crudeltà e soprattutto senza Marlon Brando. Tuttavia il primo ufficiale Chase (Chris Hemsworth) l'ho trovato, oltreché bellissimo, anche molto bravo e seguiamo con passione la sua avventura sui mari improntata alla più nobile lealtà ma anche a una consuetudine all'ingiustizia e alla sfortuna che ce lo rendono da subito simpatico. Tra lui e la gigantesca balena non c'è una vera e propria sfida, piuttosto una comune ricerca della salvezza, della sopravvivenza, infatti il cetaceo è più protettivo che malvagio e se intraprende una lotta furibonda contro gli esseri umani è per difendere e preservare la sua specie, la quale, del resto, è stata ugualmente decimata.

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APPUNTI DI CINEMA - MR HOLMES: IL MISTERO DEL CASO IRRISOLTO di Bill Condon

Recensione di Dhany Coraucci

Innanzitutto non bisogna avere fretta: a guidarci in questo particolare, raffinato thriller filosofico è un 93enne che cammina curvo e adagio, fatica a fare le scale e si dimentica delle cose. E poi si deve avere una certa affinità con l'Inghilterra, perché questo film è inglese fino al midollo. A cominciare dal suo protagonista Ian Mc Kellen che è uno dei più grandi attori teatrali britannici (ricordo la sua magnifica interpretazione di Riccardo III ,1995) il quale, a sua volta, impersona il più celebre detective inglese di tutti i tempi, Sherlock Holmes che trascorre la vecchiaia nella più tradizionale (e splendida) campagna inglese con tanto di cottage, verdi prati, bianche scogliere e.... api. L'ultimo mistero è sepolto in un senso di colpa che è difficile da evocare. Potete immaginare che non si tratta di un'indagine consueta, l'unico testimone attendibile (si fa per dire) è la sua memoria, che affiora lentamente come i suoi passi, a tratti sfocata, a tratti lucida; e gli unici indizi sono racchiusi nella misteriosa foto di una donna bella con gli occhi tristi. Poi c'è anche tutta la storia legata al Giappone di Hiroshima che non vi sto a raccontare e ci sono le giornate pigre e affaticate nel cottage sorvegliato dall'arcigna (ma sempre affascinante) Laura Linney, governante vedova con figlioletto curioso a carico. Secondo me l'intento del regista Bill Condon (lui e Ian hanno già lavorato insieme in Demoni e Dei, 1998, biografia del regista di Frankenstein morto suicida, James Whale) non è smitizzare il mito, quanto prenderlo a esempio per raccontare come sia arduo lavorare sulla logica quando c'è sempre qualcosa che sfugge a ogni logica. C'è una bellissima scena, dura due minuti, ma è talmente intensa da riscattare tutta la lentezza del film dove Sherlock Holmes rivela il mistero e soprattutto la verità della sua vita: ovviamente non vi dico qual è, ma è lì che si concentra tutta la filosofia più eclatante e pessimista, lì che ritrovo il pensiero dei miei filosofi prediletti e dunque vale la pena resistere, anche se in voi non c'è alcuna affinità con l'Inghilterra. Poi il film prosegue lasciando in disparte quell'arguta visione e se fosse finito male, a me sarebbe piaciuto molto di più.

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APPUNTI DI CINEMA - PREMONITIONS di Afonso Poyart

Recensione di Dhany Coraucci

“Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” dice il proverbio e mai come in questo caso l'ho trovato azzeccato: le recensioni sono quasi tutte negative, per me invece questo è uno SPLENDIDO thriller. Non capisco da cosa sorge tutta l'antipatia che ha ispirato, io mi sono divertita moltissimo e adesso vi spiego il perché. Innanzitutto è un film di genere, un noir, di quelli che andavano tanto negli anni 80 ma che adesso è molto raro vedere, la caccia a un serial-killer. Non è sbagliato pensare a Seven, ma nemmeno giusto, perché se c'è un predecessore, questo è The Gift (splendido thriller “fantastico” del 2000 diretto da Sam Raimi) e forse, ancora prima La Zona Morta (David Cronenberg, 1983), siamo infatti in un territorio di confine, dove a brutali fatti di sangue, a indagini scrupolosamente scientifiche e a personaggi molto ben descritti nella loro quotidianità si affiancano degli elementi visionari e illogici, inquietanti e insondabili, sommariamente fatti rientrare nella categoria del “paranormale”. Mantenere un equilibrio tra i due mondi non è semplice, anzi, direi che è difficilissimo, soprattutto in un noir che per essere efficace deve garantire ritmo e credibilità. Qui, poi, la scommessa è ancora più alta perché sono introdotte delle tematiche complesse e profonde legate al dolore e alla malattia e alla perdita. Naturalmente per la sottoscritta il risultato di questo mix è ben riuscito, il film è molto originale nonostante le mille citazioni (non manca anche quella al Silenzio degli Innocenti) e il pericolo derivante da uno sconfinamento dei generi; le “visioni” sono affascinanti e inquietanti, gli attori uno più bravo dell'altro e se Anthony Hopkins assomiglia un po' ad Hannibal Lecter (ma solo un po') è un tale piacere vederlo recitare che glielo si concede. Ho trovato eccellente anche il livello delle riprese, le scene d'azione sono strane, contaminate con movimenti di macchina allucinati pur nel rispetto di tutti i canoni. C'è perfino un colpo di scena finale: che si vuole di più?

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APPUNTI DI CINEMA: 007 SPECTRE di Sam Mendes

Recensione di Dhany Coraucci

Meglio dirlo subito: sono una fans del James Bond Pierce Brosnan, più raffinato che muscolare, dunque su Daniel Craig ho sempre avuto le mie riserve. Tuttavia ho adorato Skyfall per la sua cupezza introspettiva, ma ciò che cerco è sempre e solo la spettacolarità delle scene d'azione (il mio 007 preferito è La Morte può Attendere, 2002, tra i magnifici ghiacci islandesi). Da questo punto di vista l'ultimo 007 è noiosissimo e, rischiando l'eresia, l'ho trovato addirittura lento, il che è il massimo della delusione in un contesto simile. Se l'introspezione psicanalitica legata alla figura della madre che necessitava di tempi dilatati, di silenzi e di buie consapevolezze in Skyfall era controbilanciata da inseguimenti mozzafiato ed emozionanti corpo a corpo, qui i ricordi e la “recherche” del padre si ammoscia in lunghissimi, dilatati e opprimenti risvolti e le poche scene d'azione che li intervallano, per usare un linguaggio teatrale, sono “telefonate”, quindi non sorprendono né alla fin fine emozionano. Christoph Woltz mi piace come attore e si impegna molto a dare una connotazione sadica al suo personaggio, ma cosa sappiamo di lui? Ce ne ricorderemo? Penso proprio di no. E poi, vogliamo parlare delle Bond Girls? Ora che la superlativa M non c'è più, l'universo femminile che ruota attorno all'agente segreto mostra tutte le sue carenze: mai sono state meno desiderabili di queste due; la Bellucci è bella, ma vi prego non fatela più parlare, doppiatela! Sforzandoci, come vedova afflitta e spaventata potremmo anche crederle, ma quando apre bocca con la sua voce refrattaria a qualsiasi attitudine recitativa la scena diventa completamente ridicola. La bionda Léa Seydoux, con quegli occhi sempre a mezz'asta completamente inespressivi io già faticavo a sopportarla nella Vita di Adèle, che pure le si adattava nella sua “mise en scène” di fragile insicurezza, ma qui non commuove, né da scontrosa né da femme fatale, col risultato che la sua attrazione per James è completamente priva di brividi erotici. E infine Moneypenny, che è sempre stata adorabile nella sua veste deliziosamente borghese, qui diventa perfino irritante con la sua dedizione tutta casalinga. Salvo un'unica cosa: la colonna sonora di Thomas Newman, fedelissimo collaboratore di Sam Mendes. La musica è fin troppo bella per l'esiguo spazio che le è dedicato.

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