APPUNTI DI CINEMA: STEVE JOBS di Danny Boyle

Recensione di Dhany Coraucci

Steve Jobs era un uomo dispotico, presuntuoso, ingrato ed egocentrico e non faceva nulla per piacere. Anche il film si adegua perfettamente alla sua antipatia e, allo stesso modo, non fa nulla per piacere. E nel debole sforzo di essere creativo adotta una scelta stilistica a dir poco irritante. È tutto raccontato nel backstage dei teatri prima delle grandi presentazioni dei vari prototipi, con quella modalità veloce, ansiosa e cardiopatica diventata ormai “obsoleta” (scusate la raffinatezza.... hi-tech) per il cinema. Tra mille interruzioni, mille personaggi che chiedono umilmente udienza, mille orologi che scandiscono i minuti che separano al debutto in palcoscenico e mille termini tecnici e tecnologici che risultano, anche per una generazione così “sul pezzo” come è la nostra, totalmente astrusi, ci affanniamo come gli altri dietro di lui, a seguire i noiosissimi alti e bassi di una vita che francamente non trovo leggendaria. Si tenta di umanizzare tutto questo claustrofobico mondo computerizzato con la vicenda della figlia prima rifiutata e poi accolta ed è l'unica nota interessante di tutto il film (ma non mi ha “toccato” in profondità come avrebbe voluto il regista), oppure con le note e le parole di Bob Dylan, con le immagini di Alan Turing o di John Lennon che scorrono sugli schermi del palco o con l'onnipresente assistente Kate Winslet (sopravvalutata da un Golden Globe), ora madre, ora sorella, ora serva, ma non amante, la quale vive della sua luce riflessa, e il risultato, a mio parere, è chiaramente esemplificato nella scelta dell'attore protagonista Michael Fassbender che è bravo, per carità, nulla da eccepire, ma anche (e sempre) senz'anima.

CIVICO32, presso il Cortile Cafè | via Nazario Sauro 24/b | Bologna

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