APPUNTI DI CINEMA - THE DANISH GIRL di Tom Hooper

Recensione di Dhany Coraucci

La crisi d'identità è un tema delicato e complesso, non facile da portare sullo schermo. E se per questo, assolutamente non facile da vivere. Essendo un tema che mi coinvolge particolarmente, il solo tentativo per me è già motivo di grande interesse. Se poi si riesce a trasmetterne, anche solo in parte, la dilaniante ricchezza che lo attraversa e lo accompagna, non posso che rimanerne colpita. Attendevo questo film da tempo. Con la riserva di un'istintiva antipatia per Eddy Radmayne bilanciata però da una trascinante simpatia per Alice Vikander, e non mi capita spesso. Devo dire che questo film, poi, mi ha subito conquistato. Perché l'ho trovato di un'eleganza rarissima. La crisi d'identità non è mai elegante, intendiamoci. Ma è anche vero che l'eleganza è una virtù altrettanto complessa e, anche se sembrerebbe il contrario, si esprime dentro, più che fuori. Sarà stata anche Copenaghen o i magnifici paesaggi e ambienti nordici, sarà stata l'immensa bravura degli attori (anche di Radmayne, devo proprio ammetterlo) o sarà stato che l'inconscio, che è il vero protagonista, e i suoi desideri e le sue esplorazioni sono filmate con grande intensità ed emozione: ho trovato questo film davvero bello. E bella anche l'indagine mai facile su forme d'amore che sconfinano in territori di cui si sa poco, almeno ad osservarle dall'esterno.

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APPUNTI DI CINEMA - L'ULTIMA PAROLA, LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO di Jay Roach

Recensione di Dhany Coraucci

Se avessi avuto ancora dei dubbi, ora so per certo che Il Prestanome è davvero un film magnifico. Non ho sbagliato recensione, mi riferisco proprio al film di Martin Ritt del 1976 che ha come protagonista Woody Allen. Naturalmente queste considerazioni non promettono nulla di buono, visto che il film di cui mi sto occupando è un altro, ma l'argomento è lo stesso, quell'oscura caccia alle streghe (comuniste) che scompaginò la dorata Hollywood degli anni 40 e che finì per triturare anche uno scrittore del calibro di Dashiel Hammett, finito in prigione e poi morto proprio perché si appellò al quinto emendamento pur di non cedere al ricatto. Ma torniamo al nostro film: anzi, torniamo al Prestanome. Il cui pregio è di mettere in scena non solo l'oscurantismo di quegli anni, ma il dramma umano, nella sua più completa interezza, così da diventare una cosa di tutti. Ecco quello che manca a questo film, per me: più attendibile per quel che riguarda l'analisi dei fatti e dei personaggi, più documentato, più storicamente dettagliato ma che non coinvolge, come vorrebbe, sul piano emotivo perché, senza togliere nulla alla perizia con la quale Bryan Cranston si avvicina al personaggio, rimane sempre confinato nella scintillante Hollywood, quella delle ville e delle piscine da sogno per intenderci, distanti mille miglia dai nostri grigi condomini. E se la seconda parte risulta più incisiva della prima, e se tutti gli sforzi di quest'uomo che scrive e scrive sono ben sottolineati, alla fine non hai che un unico desiderio: tornare a rivedere Il Prestanome.

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APPUNTI DI CINEMA: IL CASO SPOTLIGHT di Tom McCarthy

Recensione di Dhany Coraucci

In un film d’inchiesta giornalistica, di solito, il rigore e un certo distacco giovano alla storia consentendo una maggiore obiettività e verità nell’esposizione dei fatti. Ed è quello che si prefigge questo film, asciutto, determinato e scrupoloso nel narrare un pezzo di storia scabrosa e sconvolgente che portò alla luce un problema che ancora, a distanza di anni, è immerso nella più cupa penombra: la pedofilia che si annida nella Chiesa. Non si può fargli una vera critica perché le intenzioni sono delle migliori e i risultati sono ineccepibili, il ritmo è abbastanza sostenuto e gli attori bravi, ma quello che ho provato io mentre lo guardavo è che nel tenere fede alla sua fermezza giornalistica, ad un certo punto, si perde la misura del problema. Mi spiego meglio: partendo da un caso, il team Spotlight arriva a scoprirne addirittura 90 e solo nella città di Boston. Questa orribile scalata di numeri caratterizza tutta la seconda parte. E non dico che rimangono solo dei numeri, ma forse si perde la gravità di una forma simile di violenza. E non dico che tale violenza andava mostrata, perché il film è intenzionalmente di stampo giornalistico, sarebbe però bastato evocarla. Come accade col Kurtz di Apocalipse Now, dove non vediamo altro che la sua faccia nell'ombra, devastata, eppure percepiamo tutta la mostruosità di ciò che racconta: ebbene, in questo film, manca secondo me un momento forte, perfido in cui quei “numeri” si traducono in dolorosa realtà e se si tenta di farlo all'inizio, riportando qualche testimonianza delle vittime degli abusi, forse per quel distacco che il regista si impone, non se ne da allo spettatore la vera “misura”, il vero Orrore.

 

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APPUNTI DI CINEMA - REMEMBER di Atom Egoyan

Recensione di Dhany Coraucci

Sono rimasta molto colpita da questo film ma non posso parlarne come vorrei perché ha un finale a sorpresa che non va assolutamente svelato. Anzi, meno sapete e meglio è. Posso solo dirvi che l'emozione che ho provato nella scena finale è stata fortissima. E che è un film stupendo. E che, a proposito di ricordi, mi ha fatto dimenticare fin da subito che lo stavo vedendo in un brutto cinema, seduta su una scomodissima poltrona. Egoyan ha sempre trattato argomenti difficili, spesso anche scomodi, in una maniera che in qualche modo risulta, almeno per me, disturbante, inquietante, ma indubbiamente anche molto profonda e incisiva: lascia dei segni. Così è il suo ultimo lavoro, non il solito film sull'Olocausto o meglio, un film che nessuno ha ancora fatto sull'Olocausto. Poi, essendo bellissimo, c'è molto di più e la mente, prima ancora della memoria, è filmata e trattata con una sensibilità e allo stesso tempo con una veridicità così disarmanti da frenare in noi ogni giudizio o, perlomeno, “disturbarlo”. Ma anch'io sto facendo i salti mortali per svelare e non svelare e mi fermo subito. Posso dirvi però che l'adorato Christopher Plummer, 86 anni, qui si conferma magnifico; tutti i vecchi attori del film, lo sono.

 

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APPUNTI DI CINEMA - THE HATEFUL EIGHT di Quentin Tarantino

Recensione di Dhany Coraucci

Dopo i magnifici 7, gli odiosi 8: non si può dire che Tarantino non ci avesse avvertito. Un’inaspettata gentilezza da parte sua, considerando che dal vivo è antipatico forte (ho avuto l’occasione di incontrarlo). Non si può nemmeno dire che questa sua ultima fatica non replichi in tutto e per tutto il suo (ormai prevedibile) stile: discorsi prolissi e poi un bel massacro finale, condito con ettolitri di salsa al pomodoro (o al ragù? I pezzetti di cervello abbondano). Mi fa sorridere ripensare al discorso che ha fatto sul palcoscenico del Golden Globe, mentre riceveva il premio per la colonna sonora in vece di Ennio Morricone: quanto si è profuso in complimenti e prodigato in lodi nei confronti del nostro amato compositore, quando alla musica, nel suo film, è dedicato il lasso di tempo più ristretto a cui abbia mai assistito (e udito). Del resto parlano sempre, gli odiosi 8, non c’è spazio per nient’altro. Quasi tre ore di chiacchiere con la (finta) bufera che fa da sottofondo, non si può dire che non si sia arrivati alla scena finale con una certa apprensione (e liberazione!). Tenta, Tarantino, di alleggerire il mattone infarcendo la storia con sfiziosi capitoli: per fortuna, quelli, sono meno di otto. Probabilmente sono l’unica, ma mi sono un po’ rattristata per Jennifer J. Leigh, lei, la mia Dorothy Parker preferita (Mrs Parker e il circolo vizioso, 1994); nonostante abbia detto che questo sia stato un ruolo che l’ha emozionata, a me, vederla così, in una ridicola versione de L’esorcista mi ha fatto pensare, e spero di sbagliarmi, che ultimamente non deve avere avuto grandi registi a corteggiarla.

 

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